Economia giusta, oltre la Corporate Social Responsibility

4 October 2017

Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 Target da raggiungere entro il 2030. Un documento storico che esprime un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale.

L’Agenda chiama tutti i Paesi, senza distinzione tra sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, a contribuire allo sforzo comune su cinque aree di interesse: persone, pianeta, prosperità, pace e partnership. Solo un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura, può portare alla concretizzazione della visione espressa nell’Agenda.

Secondo Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, “la nuova agenda è una promessa da parte dei leader a tutte le persone, ovunque. È un programma per le persone, per porre fine alla povertà in tutte le sue forme – un programma per il pianeta, la nostra casa comune “

La sostenibilità è un tema centrale anche nel piano di azione della Commissione per l’Unione dei Mercati dei Capitali. Se fino a questo momento l’obiettivo ultimo delle iniziative prese in ambito europeo era stato quello di stabilizzare il sistema finanziario, ora l’intento è quello di migliorarne il funzionamento tramite lo stimolo della crescita e dell’occupazione, promuovendo il contributo ad un modello di sviluppo sostenibile.

Durante la presidenza Cinese del G20 nel 2016, infatti, i ministri finanziari e i governatori delle banche centrali hanno affermato la necessità di far fare un ulteriore passo avanti alla green economy e, allo scopo, hanno lanciato un gruppo di studio con l’obiettivo di identificare gli ostacoli che le istituzioni e i mercati pongono allo sviluppo della finanza verde. I decisori pubblici si stanno muovendo in modo sempre più coordinato e coeso, al fine di sviluppare iniziative volte ad aumentare la capacità del sistema finanziario di mobilitare capitali privati per investimenti verdi.

L’EUROBAROMETER, progetto della Commissione Europea, ha analizzato più di 15.000 aziende, rivelando che l’87% di queste, in particolare le PMI, ha implementato la riduzione dei rifiuti, il risparmio, il riuso di scarti e altre pratiche virtuose. La sostenibilità e l’economia circolare stanno diventando pilastri fondamentali dei sistemi economici moderni e rappresentano un’alternativa di sviluppo per rispondere alla sfida globale del depauperamento delle risorse fisiche e naturali. Le vere protagoniste dell’implementazione sono le imprese: quelle italiane si collocano al di sotto della media europea su numerose aree di indagine, ma tuttavia, se si analizza il tasso di crescita delle imprese che implementano pratiche di sustainability, l’Italia risulta ai primi posti con incrementi pari al 25% tra il 2013 e il 2015, insieme a Portogallo e Irlanda.

La crescita alternativa si riassume in tre regole: rigenerare, durare e condividere. L’economia circolare di fatto si realizza quando un principio fondamentale, quello secondo cui il rifiuto non esiste ma si integra con l’allungamento dei cicli di vita dei beni prodotti e con le pratiche di sharing. Oltre ad un forte impegno e alla consapevolezza di tutti i player del sistema, al fine dell’implementazione dell’economia circolare sono necessari anche investimenti in innovazioni tecnologiche da parte delle imprese e strumenti di informazione ed incentivi che aiutino a diffondere la cultura dello sviluppo sostenibile.

L’attuazione dell’economia sostenibile passa anche dagli obblighi legali che spingono verso l’integrazione obbligatoria della sostenibilità nelle politiche delle imprese di grandi dimensioni. Le recenti evoluzioni normative a livello comunitario impongono, in base al d. lgs. 245/2016, a 300 gruppi di grosse dimensioni di redigere una dichiarazione su strategie, politiche e risultati in materia di tutela ecologica.

Oltre al bene pubblico e a quello privato, il terzo elemento dal quale dipende il benessere della società, è il bene comune. Quest’ultimo, sebbene spesso confuso con il bene pubblico, ha caratteristiche proprie e ben distinte. Il premio Nobel per l’Economia Elenor Ostrom ha teorizzato già negli anni ’90 l’esistenza di soluzioni alternative alla «privatizzazione», fondate sulla possibilità di mantenere nel tempo regole e forme di autogoverno e su un concetto diverso di utilità, capace di tradursi in azioni destinate a perseguire un interesse generale. Un esempio di gestione comunitaria degli spazi è il regolamento comunale-tipo presentato per la prima volta da Labsus e dal Comune di Bologna nel 2014. Da allora oltre 120 comuni italiani hanno adottato questo regolamento, dove i contraenti si impegnano alla cura di piazze, strade, verde pubblico, scuole, patrimoni culturali. Oltre a ciò, si rendono custodi della legalità, della memoria collettiva, della sicurezza e della salute.

La sostenibilità, così come la Responsabilità sociale d’impresa, sono ormai entrate con forza nei discorsi sullo sviluppo di Stati, città, aziende e comunità. Non sempre è però facile calcolare l’impatto sociale delle varie attività intraprese. Ad oggi, la più apprezzata tra le metodologie esistenti è la Sroi (Social Return on Investment). Così come il Roi quantifica il rendimento del capitale investito in un’azienda, lo Sroi permette di quantificare il valore monetario generato da una determinata attività, ovvero il valore generato per ogni euro investito.

Sebbene la misurazione dell’impatto in termini numerici possa essere un valido strumento per la valutazione delle azioni intraprese, bisogna tenere in considerazione tutta una serie di ‘effetti collaterali’ eterei e difficili da quantificare. La misurazione qualitativa dei risultati, oltre a quella quantitativa, è forse la chiave di lettura più appropriata per un cambio di mentalità e di gestione delle risorse limitate del nostro pianeta, che ha il compito di traghettarci verso un futuro ed un’economia più giusti, per tutti.


 

Tratto dal Dossier “Economia giusta, oltre la Csr”, un’iniziativa di Repubblica- Affari & Finanza in collaborazione con Bologna Business School. Il dossier d’approfondimento sulla CSR offre uno sguardo “oltre” per immaginare e declinare il nuovo ruolo degli imprenditori e delle loro aziende.

Coordinato da Max Bergami, Dean di Bologna Business School e curato da Luigi Gia, capo redattore presso La Repubblica, Paola Jadeluca, Senior Editor presso La Repubblica- Affari & Finanza, Matteo Mura, Professore Associato di Ingegneria Economico-gestionale presso l’Università di Bologna e Marisa Parmigiani, Sustainability Manager di Unipol Gruppo Finanziario.




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