Chiara Vagnini, Mariolina Longo, Matteo Mura, Sara Zanni Marzo 4, 2021 5 min di lettura

Le imprese italiane vanno a rilento nell’applicazione di interventi sulla responsabilità sociale d’impresa (corporate sociale responsibility, o CSR, nella sigla inglese) e pochissime hanno intenzione di porvi rimedio nel prossimo futuro.

E’ il panorama che emerge dal quinto rapporto del SuMMLab (Sustainability Measurement and Management Laboratory) della Bologna Business School, che ha individuato un insieme di pratiche in campo sociale, l’aspetto che ha ricevuto meno attenzione in confronto ai risvolti economici ed ambientali della CSR. Secondo i risultati dell’osservatorio, poco più di una su 10 delle imprese coinvolte nell’indagine ha adottato queste pratiche, al di sotto del 15% impegnate invece a sviluppare processi di sostenibilità.

La Commissione europea ha da tempo spinto le imprese ad abbracciare la responsabilità per il proprio impatto sociale, con una strategia varata già nel 2011, e il Governo italiano, alla fine del 2021, ha messo l’accento soprattutto su uno degli elementi, l’uguaglianza di genere, con un decreto legge ad hoc. Nessuna di queste due iniziative per il momento sembra aver fatto molta breccia.

L’osservatorio del SuMMLab (che tiene sotto monitoraggio circa 4mila imprese) prende in esame 69 indicatori, ma si è concentrato qui su sette metriche per rappresentare l’adozione in Italia di pratiche orientate ai temi sociali della CSR e alle pari opportunità: rapporti sui temi sociali; energia generata da turbine eoliche; politiche di uguali opportunità; asili, orari flessibili e assistenza sanitaria; codici etici; audit esterno per il rapporto CSR; comunicazione interna (whistleblowing, ombudsman e altre iniziative). Poco meno di un quinto delle aziende coinvolte ha adottato un codice etico, che risulta così la pratica più diffusa fra quelle prese in esame. Seguono le politiche per le pari opportunità con il 15%, la comunicazione interna con l’11%, i rapporti sui temi sociali (9%), solo metà dei quali valutati da un auditor esterno. Solo il 7% ha sviluppato politiche di sostegno ai genitori o assistenza sanitaria per i dipendenti.

Appare improbabile che il ritardo accumulato sugli aspetti sociali della CSR venga colmato dalle imprese italiane nel breve o medio termine: appena il 6% ha in programma di assumere ulteriori azioni nei prossimi 5 anni.

La distribuzione geografica delle politiche adottate mostra un divario fra il Nord e il Centro da una parte e il Sud dall’altra sia sulle pari opportunità sia sull’introduzione di asili, orario flessibile e assistenza sanitaria: in entrambe le aree d’intervento, tuttavia, il Nordest appare in ritardo rispetto alle regioni vicine. Peraltro, nota l’osservatorio, la disponibilità di servizi pubblici su alcuni di questi elementi dipende dalle amministrazioni regionali, il che può portare le imprese ad adottare determinate pratiche in risposta a pressioni esterne, più che come parte di una strategia di sostenibilità. Anche per il futuro c’è una certa disparità geografica sull’adozione di ulteriori pratiche sociali: l’intenzione di nuovi interventi è più alta per le imprese con base in Val d’Aosta, Toscana e Umbria, che peraltro già mostrano un maggiore attivismo su questo fronte, insieme a Emilia Romagna e Campania.

Notevoli le disparità anche fra i settori industriali, dove il più attento appare quello della carta (con il 26% delle imprese attive in pratiche di CSR) e quello meno coinvolto la chimica di base (15%). Molto maggiore nell’area sociale, rispetto per esempio agli interventi di sostenibilità ambientale, l’impegno nelle imprese dei servizi, probabilmente per il fatto che in questo settore è più rilevante l’impatto sulle persone, e in particolare i dipendenti, in confronto all’impatto ambientale.

Negli ultimi anni, osserva il rapporto, la consapevolezza su questi temi è aumentata nella società e le aspettative delle nuove generazioni, sia come clienti sia come professionisti, sono in aumento. Il SuMMLab formula quindi una serie di suggerimenti per estendere le pratiche di CSR a un numero maggiore di organizzazioni. Gli interventi devono riguardare le imprese, l’ecosistema industriale e le politiche pubbliche.

A livello delle singole imprese, vanno create nuove professionalità, come responsabili della sostenibilità e della CSR e specialisti dell’impatto sociale per creare una cultura aziendale della CSR; vanno sviluppate pratiche di  pari opportunità per la retention delle risorse umane e vanno sviluppate competenze per la valutazione e la diffusione dell’impatto delle pratiche di CSR.

A livello di ecosistema industriale, c’è bisogno della creazione di network su questi temi, della comunicazione della CSR come opportunità di business e dello scambio di storie di successo in quest’area.

Quanto alle politiche pubbliche, va verificata l’implementazione delle regole di CSR, in particolare quelle sulle pari opportunità varate lo scorso anno; vanno premiate le imprese che si adattano rapidamente e in modo efficiente alla nuova regolamentazione (sull’esempio di quanto avviene nei contratti pubblici riguardo alle regole ambientali); vanno sviluppati sistemi di incentivi per ampliare l’adozione della CSR e per sostenere soprattutto le piccole e medie imprese nell’adozione di queste pratiche.

Articolo tratto da
Observatory on Sustainable Development – Report 5
Autore
Matteo Mura, Mariolina Longo, Sara Zanni, Chiara Vagnini
Anno
2021
Lingua
Inglese