Digital Startup: tramonto o inversione di rotta?

28 February 2018

“Viviamo in un nuovo mondo ora, che favorisce il grande, non il piccolo. Il pendolo ha già iniziato a oscillare. Grandi aziende e dirigenti, piuttosto che start-up e imprenditori, saranno i proprietari del prossimo decennio; i laureati di oggi hanno molte più probabilità di lavorare per Mark Zuckerberg che di seguire le sue orme,” afferma lo scrittore e giornalista Jon Evans, parlando del tramonto delle startup. Secondo Evans, i Big Five (Alphabet, Amazon, Apple, Facebook, e Microsoft), sono molto vicini alla completa conquista del territorio digitale, mentre le nuove disruptive technologies, tra le quali l’intelligenza artificiale, richiedono competenze avanzate ancora alla portata di pochi. I tempi in cui dai garage di mezzo mondo nascevano business multimilionari, sembrano ormai finiti. Internet ha abbattuto le barriere d’entrata in numerosi mercati, mentre la carica delle startup ha segnato, per più di un decennio, il riscatto e una promessa di futuro lavorativo per un’intera generazione di giovani imprenditori. Siamo davvero arrivati alla china o siamo solamente giunti al punto di saturazione, dove è la qualità ad avere la meglio sulla quantità?

 

In Italia, secondo una ricerca della CGIA di Mestre, il 55,2% delle neoimprese chiude i battenti entro i primi 5 anni di vita, con le provincie di Bolzano e Trento (rispettivamente 45,8 e 49,3% di chiusure) tra le più virtuose e la Campania (56%) a fare da fanalino di coda. Stando alle dichiarazioni del coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, a frenare la corsa dei neoimprenditori sarebbero le troppe tasse, una burocrazia mordente e la cronica mancanza di liquidità. Quest’ultima, inoltre, spingerebbe le aziende nostrane a spostarsi all’estero, dove il capitale di rischio investito è nettamente più alto: 7,8 miliardi in Inghilterra, 2,7 in Francia e 1,6 in Germania, a fronte dei 180 milioni di euro investiti a favore dalle startup italiane nel 2016.

 

I dati, però, evidenziano un ulteriore aspetto non meno importante per comprendere gli attuali trend legati al ciclo vitale delle startup. Già nel 2004, in Italia, il loro generale tasso di mortalità entro i 5 anni si attestava al 45,4 % ed è altresì vero che a pagare il prezzo più alto negli anni a venire sono state soprattutto le imprese legate al settore delle costruzioni (62,7%) e del commercio (54,7%), ovvero i comparti più duramente colpiti dalla crisi economica. La stessa crisi che ha poi spinto numerosi neoimprenditori a fare un salto nel buio senza la preparazione e gli strumenti adeguati per affrontare un mercato competitivo a livello globale. Inoltre, seppure sia visibile una flessione nel numero totale delle aziende di nuova apertura, rimangono in crescita le startup del comparto non artigianale, tra le quali spiccano quelle votate al digitale e al tech.

 

Anche a livello europeo, stando ad una ricerca dell’Eurostat del 2017, in media sopravvive meno della metà delle startup e il numero di quelle che cessano la propria attività è direttamente proporzionale alle nuove aperture. Un’attenta analisi dei dati ci fa comprendere come, sebbene le startup abbiano oggettivamente meno probabilità di fare un percorso a lungo termine, questo non è dovuto tanto ad un cambiamento dei trend globali, quanto ad una selezione naturale del mercato a fronte delle tante, troppe proposte imprenditoriali nate in molti casi dalla necessità di combattere la disoccupazione e dall’improvvisazione. Con il prodotto, inoltre, cambiano anche le geografie degli investimenti e, mentre la Silicon Valley registra un calo del 40% dal 2015 ad oggi, Parigi apre il più grande incubatore del mondo, Station F.

 

Appare sempre più chiaro che l’attenzione degli investitori e dei business angels si sta spostando verso l’industry 4.0 e il deep tech, lasciando sempre meno spazio alle startup incapaci di concorrere con la giusta preparazione nella promozione di un’idea altrettanto forte. Tutte le aziende, ma le startup in modo particolare, sono chiamate a intercettare i bisogni del mercato e ad integrarli con la propria proposta di innovazione. Secondo Luca Giordano, Responsabile Coordinamento Territoriale Intesa Sanpaolo della Direzione Regionale Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Molise, presente allo StartUp Ecosystem Day di BBS in veste di investitore, avere un’idea chiara sin dall’inizio è la chiave per raggiungere gli obiettivi sperati. “Alcuni esempi di startup di grande successo che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e di aiutare nelle fasi iniziali, avevano un elemento veramente distintivo, che può essere una tecnologia o un’idea di business, attorno alla quale poi si è sviluppato tutto il progetto. Quando manca questo seme di forte distintività, la startup può avere una vita molto complicata. Tra i diversi aspetti che valutiamo ci sono la qualità del progetto, che passa dalla qualità del team, la concretezza del piano che si vuole seguire e del prodotto da sviluppare.”

 

La diminuzione del costo della tecnologia e le possibilità di accedere al marketing tramite i social media hanno dato per un lungo periodo l’illusione che creare una digital startup fosse alla portata di chiunque avesse una buona idea e del tempo per svilupparla. La verità è che non basta più proporre la versione evoluta in chiave digitale di qualcosa che già esiste, ma serve un’idea autentica in grado di influire positivamente sull’innovazione tecnologica del proprio ecosistema imprenditoriale. Nello step successivo, l’idea va tradotta in prodotto con competenza e conoscenze tecniche che non ammettono improvvisazioni, ma che allo stesso tempo comprendono la flessibilità necessaria per affrontare i cambiamenti in corso d’opera. Prima di andare alla ricerca di capitali è poi necessario validare la propria idea e saperla valutare finanziariamente. Acquisire una conoscenza completa delle strategie e delle tecniche di investimento e valutazione di modelli di business innovation è di fondamentale importanza per rendere attraente il proprio progetto di innovazione.

 

Bologna Business School sostiene le startup e gli imprenditori con programmi incentrati sulle principali esigenze di chi si trova a gestire l’innovazione. L’Open Program in Digital Startup è rivolto a tutte le figure che a vario titolo si occupano di open innovation: manager, imprenditori, professionisti, consulenti e operatori del settore bancario/finanziario e della pubblica amministrazione. L’Executive Master in Entrepreneurship, invece, unisce la formazione di una business school all’impatto di un acceleratore di idee, sviluppando un piano di studio personalizzato e incentrato sul progetto imprenditoriale del singolo imprenditore. Ai manager, professionisti e consulenti che vogliono guidare le aziende nel percorso di trasformazione digitale, è dedicato l’Executive Master in Digital Business, un programma che porta l’innovazione al centro delle decisioni che riguardano il business e la creazione di valore per brand.

 

Fail fast, fail better, fail forward* è il mantra degli startupper di mezzo mondo. Ma nel mondo di oggi c’è ancora tempo per imparare sbagliando?

(Fallisci velocemente, fallisci meglio, fallisci in avanti)



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