L’ultimo Leadership Talk dell’anno porta a Bologna Business School Enrico Letta, Dean della School of Politics, Economics and Global Affairs di IE University ed ex Presidente del Consiglio dei Ministri. Al centro del suo intervento, “Europe 2028”: non solo una scadenza politica, ma l’opportunità per rimettere al centro il completamento del progetto europeo, la competitività e l’autonomia strategica.
Max Bergami, Dean di BBS, ha aperto l’incontro introducendo il tema della serata e inquadrando il profilo dell’ospite, sottolineando il valore di una riflessione che unisce esperienza istituzionale e prospettiva accademica internazionale.
Letta ha scelto un punto di partenza preciso: il 2028 non è una data naturale nell’immaginario pubblico, ma può diventarlo se trattata come deadline, proprio come accadde con il 1992, anno simbolo della creazione del Mercato unico europeo. Una politica senza scadenze rischia di restare esercizio teorico, fissare un orizzonte rende possibile mobilitare le energie e misurare i risultati.
Il ragionamento si è spostato su ciò che il Mercato unico ha prodotto in termini di vita quotidiana e opportunità: libertà di movimento, abbattimento di monopoli, concorrenza, accesso più semplice a servizi e mobilità. Non un’idea astratta, ma un’infrastruttura che ha cambiato l’esperienza di cittadinanza e le possibilità per individui e imprese. Letta ha portato alcuni esempi particolarmente significativi, ricordando che Ryanair esiste perché il Mercato unico ha rotto il monopolio Alitalia-Sabena e che la sentenza Bosman ha aperto il calcio europeo applicando la libertà di movimento ai giocatori professionisti. Il Mercato unico, inoltre, ha trasformato gli immigrati italiani in Francia degli anni ’70 in cittadini europei che scelgono liberamente dove vivere.
Da qui, il nodo centrale del talk: il costo della frammentazione europea oggi. Letta ha individuato tre settori che, per scelte degli anni Novanta, non sono stati pienamente integrati nella logica del Mercato unico e che ora pesano sulla capacità competitiva dell’Unione: energia, connettività/telecomunicazioni, mercati finanziari. In un contesto globale in cui la scala conta, restare frammentati significa investire meno, innovare con più fatica e dipendere da player extraeuropei.
Sul fronte connettività, Letta ha portato alcuni numeri particolarmente esplicativi: un operatore cinese ha in media 167 milioni di clienti, uno americano 107 milioni, uno europeo 5 milioni. La frammentazione in 27 operatori nazionali riduce massa critica e margini di investimento, anche quando garantisce prezzi più bassi nel breve periodo. Negli anni Novanta l’Europa guidava il mondo delle telecomunicazioni con GSM e 3G. Trent’anni dopo, leadership e investimenti sono altrove.
Nei mercati finanziari, il paradosso è ancora più evidente: esiste la moneta unica, ma persistono 27 sistemi di vigilanza e regole nazionali che rendono difficile scalare prodotti e servizi su base europea. Se lanci un prodotto finanziario in Italia, il primo ostacolo che incontri non è negli Stati Uniti o in Cina, ma in Francia. Gli italiani non pagano con carte di credito francesi, i francesi non pagano con carte tedesche. Il risultato? Guardate le vostre carte: solo tre brand, tutti americani. Ogni pagamento elettronico a Bologna attraversa l’Atlantico perché i circuiti finanziari sono dominati da player extraeuropei. Trecento miliardi di euro di risparmiatori europei volano verso gli Stati Uniti ogni anno perché il mercato americano è più attrattivo e integrato.
Letta ha raccontato anche la propria esperienza personale: trasferitosi a Madrid, ha cercato di attivare un contratto per l’elettricità. Il call center gli ha chiesto numero di telefono e conto bancario. Numero italiano? Impossibile, serve numero spagnolo. Conto bancario italiano? Impossibile, serve conto spagnolo. Proteggere i campioni nazionali impedisce la nascita di campioni europei.
Il tema dei “campioni nazionali” è emerso come conseguenza diretta di queste barriere. Proteggere sistemi domestici può apparire rassicurante, ma tende a impedire la nascita di “campioni europei” in grado di competere con Stati Uniti e Cina. Letta ha chiarito che non si tratta di puntare solo su grandi gruppi: il modello europeo vive di equilibrio tra grandi e piccoli, tra territori e filiere, come dimostra l’Emilia-Romagna. Senza regole comuni e mercati integrati, anche le eccellenze diffuse rischiano di restare sottodimensionate.
Ha poi portato l’esempio di Airbus: non esistono 27 Airbus nazionali, esiste un campione europeo che batte Boeing. Dove l’Europa ha integrato, ha vinto. Dove ha frammentato, ha perso. Sulla difesa, i numeri sono impietosi: 140 miliardi spesi per sostenere l’Ucraina nei primi due anni di guerra, ma il 78% è finito in acquisti da fornitori americani. Con la creazione di posti di lavoro in Pennsylvania e Michigan, non in Europa. Ecco allora che la frammentazione costa opportunità e sovranità.
Nella parte propositiva, l’ex Primo Ministro ha richiamato due possibili leve. La prima è l’idea di “28° regime”: un quadro regolatorio opzionale e uniforme, valido in tutta Europa su alcuni ambiti rilevanti per le imprese, che consenta un percorso semplificato senza dover ricomporre 27 sistemi differenti. Una fast track per chi vuole operare su scala europea senza affrontare 27 legislazioni nazionali diverse. La seconda è la necessità di aggiornare l’architettura del Mercato unico con una “quinta libertà” legata a conoscenza, ricerca, competenze e innovazione, dimensioni sempre più decisive nelle economie contemporanee. Le quattro libertà originali (beni, servizi, capitali, persone) sono ancorate all’economia del XX secolo. Servono regole per l’economia immateriale: diplomi riconosciuti automaticamente, status dei ricercatori europeo, mobilità della conoscenza.
La chiusura ha riportato la discussione sul piano politico e civile. Letta ha ricordato quanto l’integrazione abbia significato trasformare i confini da spazi di conflitto a luoghi di cooperazione. Oggi attraversi il confine tra Italia e Austria senza accorgertene, ma sotto quel treno ci sono 100.000 bare di giovani morti per spostare quel confine di 30 chilometri. Milioni di vite perse per rendere Trento italiana invece che austriaca. Rafforzare l’Europa oggi non è questione ideologica, ma scelta di realismo: senza avanzamento sull’integrazione, il rischio è scivolare verso dipendenza strutturale e perdita di autonomia.
Il dialogo con il pubblico ha toccato i nodi politici del progetto europeo: i nazionalismi che frenano l’integrazione, la difesa comune, l’allargamento a paesi come Albania e Georgia, le relazioni con l’Asia Centrale e il tema della cittadinanza per chi vive in Europa senza essere cittadino europeo. Nelle risposte, Letta ha ribadito che la forza dell’Europa si misura sulla capacità di attrarre e diffondere valori, sintetizzati in due parole: libertà e rispetto. L’Europa è l’unico continente dove tutte le minoranze hanno rappresentanza, dove la libertà di espressione è reale, dove il rispetto reciproco è fondamento. Se l’Europa è forte, questi valori possono irradiarsi nei paesi vicini. Se è debole, l’attrattività crolla.
Ha anche risposto alla domanda su cosa distingue l’approccio europeo da quello di Trump (che rivendica Panama, Groenlandia, Canada) o Putin (che invade l’Ucraina): l’Europa non dice mai “questo è nostro”. La Georgia deve decidere autonomamente se entrare nell’Unione. L’autonomia delle nazioni è valore fondamentale. Letta ha raccontato di aver capito l’Europa visitando il Parlamento ungherese e incontrando un rappresentante della minoranza romena che gli disse: “Amo l’Europa perché noi minoranze siamo rappresentate.” In Europa siamo tutti minoranze, quindi siamo obbligati a rispettarci.
L’incontro si è concluso con i ringraziamenti e i saluti di fine anno. Bergami ha sottolineato il parallelismo tra questo talk e quello della settimana precedente con Andrea Pontremoli: entrambi hanno parlato di prospettiva di lungo periodo, non di utilità di breve termine. E ha lanciato un appello: servono nuovi fondatori dell’Europa, una coalizione di chi crede nell’integrazione non per ideologia, ma per competitività. Un appuntamento che, nel solco dei Leadership Talk di BBS, ha lasciato un messaggio: il 2028 può diventare una svolta solo se reso visibile, condiviso e guidato da decisioni misurabili. Una prospettiva di lungo periodo, necessaria per costruire competitività e futuro europeo con strumenti operativi e non con della vuota retorica.