“Spazi Belli” e Anastasia Leshchenko: come si costruisce la più grande community italiana di interior design

Aprile 23, 2026

Alumna e docente di Bologna Business School, fondatrice di Spazi Belli, la più grande community italiana di interior design, e da quest’anno anche volto di LA7 con il programma “È quella giusta, la casa che cercavi”.

Il percorso di Anastasia Leshchenko racconta qualcosa che in aula si studia e che lei ha vissuto in prima persona: come si costruisce un posizionamento solido, e perché la continuità vale più della viralità.

 

“Spazi Belli” nasce come progetto digitale e diventa un brand riconoscibile con una community reale, fedele, cresciuta nel tempo. A un certo punto arriva La7 con un programma dedicato proprio agli spazi abitativi. Ci racconti brevemente il tuo percorso?

 

“Spazi Belli” nasce in modo molto organico, quasi istintivo, da un’esperienza personale prima ancora che professionale: l’acquisto della prima casa. Ed è proprio da questo momento, e da una certa delusione rispetto a come spesso vengono gestite sia la scelta della casa sia la ristrutturazione, che è nato il desiderio di creare Spazi Belli. Un modo per raccontare le case attraverso chi le progetta, restituendo valore alla dimensione umana e progettuale insieme.

 

Vengo da una storia fatta di spostamenti, culture diverse e case molto differenti tra loro. Forse è proprio questo che mi ha sempre portata a osservare gli spazi più che a progettarli. Con Spazi Belli abbiamo iniziato raccontando case sui social con un approccio molto semplice: mettere al centro i progetti e i professionisti che li hanno pensati. Nel tempo, questo racconto è diventato una community reale, composta da privati, architetti e aziende che si sono riconosciuti in questo modo di vedere la casa.

 

L’arrivo della televisione, e in particolare di La7, è stato totalmente inaspettato. La conduzione televisiva non era un obiettivo, né qualcosa che stavo cercando attivamente. È stato un momento che ho vissuto quasi con sorpresa, perché rappresenta esattamente quello che sta succedendo oggi: progetti che nascono online, si consolidano e poi vengono intercettati da media più tradizionali. Per me è un’evoluzione naturale del racconto. È cambiato il mezzo, non il modo di guardare le case: sempre con curiosità, rispetto e voglia di capire cosa c’è davvero dietro a uno spazio abitato.

 

Questo cambio di paradigma è evidente: oggi è la televisione a cercare i talenti sul web, non più solo il contrario. Il tuo percorso lo dimostra. Quanto ha contato quello che hai costruito online nel momento in cui questo progetto si è concretizzato?

 

Il lavoro fatto online è stato determinante. In termini di visibilità, certo, ma soprattutto di posizionamento. Si parla spesso di “creator economy“, ma nel mio caso si è trattato di costruzione progressiva di credibilità: contenuti costanti, riconoscibilità del format, coerenza editoriale e, soprattutto, un pubblico che nel tempo ha sviluppato fiducia.

La televisione non ha “scoperto” un progetto dal nulla: ha intercettato un linguaggio già testato, già riconoscibile, già validato da una community reale. Questo è il vero cambio di paradigma: il web non cerca più solo la TV. È anche la TV a osservare ciò che nel digitale ha già dimostrato di funzionare. E nel mio caso, ciò che ha fatto la differenza non è stata la viralità, ma la continuità.

 

Come docente del Master in Digital Marketing & Communication come pensi che questa esperienza, con un nuovo media, un nuovo formato e un pubblico completamente diverso, cambierà quello che porti in aula ai tuoi studenti?

 

Portare questa esperienza in aula cambia profondamente il modo in cui guardo al rapporto tra teoria e pratica. Nel digital marketing siamo abituati a studiare modelli, framework, strategie. Quando entri in un contesto come quello televisivo – pubblico diverso, linguaggio diverso, vincoli completamente nuovi – ti rendi conto che la comunicazione non è mai solo “canale”: è adattamento continuo.

Credo che questa esperienza rafforzerà ancora di più un concetto che già porto in aula: la centralità del posizionamento. Importa poco “dove comunichi” se prima non hai chiarito cosa sei, a prescindere dal mezzo. I canali cambiano, ma la chiarezza del proprio ruolo e della propria identità è ciò che permette di attraversarli senza perdersi. E forse aggiungerò anche questo: la capacità di restare coerenti mentre ci si evolve. Oggi la sfida non è più essere presenti, ma essere riconoscibili in contesti sempre diversi.

 

Un consiglio per chi sta iniziando oggi a costruire la propria presenza digitale, e magari ancora sottovaluta quanto possa diventare una leva professionale ricca di opportunità.

 

Il consiglio è molto semplice, ma spesso sottovalutato: inizia pensando alla continuità, non alla visibilità. La presenza digitale non è un singolo contenuto ben riuscito, ma un accumulo di scelte coerenti nel tempo. All’inizio può sembrare che non succeda nulla. In realtà è proprio in quella fase che si costruisce tutto: linguaggio, posizionamento, fiducia.

E soprattutto: non aspettare di essere pronti. Il digitale premia la costanza e la chiarezza, non la perfezione. Oggi abbiamo strumenti che permettono a chiunque di raccontarsi e costruire opportunità reali. La differenza non la fa lo strumento, ma la capacità di restare fedeli a ciò che si vuole diventare. Anche quando i risultati non sono immediati.



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