Dialogo con Massimo Russo

21 May 2015

“Siamo già nel pieno della seconda età nelle macchine. Il cambiamento sta già agendo, ben oltre la nostra percezione”. Massimo Russo, Direttore di Wired Italia, è stato il protagonista dell’ultima MBA Lecture dal titolo “Innovare nella seconda età delle macchine”. 

Con lui abbiamo parlato di innovazione all’alba di una nuova generazione di tecnologie digitali.

 

 

Nel libro “The second machine age” Brynjolfsson e Mc Afee disegnano uno scenario in cui l’economia globale è sull’orlo di una grande crescita trainata dalle “macchine intelligenti”. Condivide la tesi del libro?

Attraverso una serie di evidenze è possibile dimostrare che vi sono delle macro-forze che hanno e avranno una rilevanza pari a quella che è stata la macchina a vapore nella prima rivoluzione industriale. Pensiamo all’intelligenza artificiale, alla crescita della potenza di calcolo con la legge di Moore, alla connessione permanente, obliqua, alla disponibilità sempre più facile della trasformazione di merci e oggetti in file, alla digitalizzazione delle cose, in parte dovuta anche alla stampa 3D e alla manifattura additiva. È evidente che questo cambiamento non avviene senza costi e che porta con sé, almeno nel breve periodo, una serie di squilibri. Tuttavia nel medio e lungo periodo aumenterà sicuramente la ricchezza disponibile, non solo in termini quantitativi, ma soprattutto in termini di opzioni, di scelte, di libertà. Il punto chiave diventa dunque come affrontare questo passaggio. Non c’è mai stato periodo migliore per chi ha competenze e disponibilità al cambiamento, e dunque la capacità di cavalcare quest’onda. D’altra parte può essere una fase dirompente e scardinante per tutti gli altri. Secondo una ricerca molto citata di due anni fa dell’università di Oxford, nei prossimi 20 anni circa il 47% dei mestieri che conosciamo scomparirà. E si tratterà soprattutto di mestieri da colletti bianchi. Pensiamo ai broker, agli avvocati, persino ai medici, tutte professioni che, almeno in parte, verranno probabilmente rimpiazzate dal computer. Il tema vero perciò diventa come gestire questo passaggio, come attrezzare le economie per far sì che questo squilibrio venga riassorbito nel modo più indolore possibile. In questo scenario la formazione, è un punto chiave. Noi non sappiamo come sarà il mondo tra cinque anni, eppure abbiamo la pretesa di educare e di istruire, nelle nostre scuole e nelle nostre università, chi starà nel mercato del lavoro per i prossimi 30-40 anni. È evidente che il meccanismo attuale non funziona più. Diventa invece molto più rilevante disporre di una formazione permanente, l’unico modo che consente di aggiornare di continuo le proprie competenze e così di rimettersi in gioco.

Come crede che debbano attrezzarsi le imprese per affrontare questa accelerazione tecnologica?

Se fossi un imprenditore mi chiederei come ognuna delle forze di cui dicevo, che stanno già forgiando la realtà, può avere un influsso su quello che io sto facendo. Faccio un esempio. Qualche settimana fa parlavo con uno spedizioniere che muove le merci attraverso i container dall’Asia agli Stati Uniti. Nella discussione domandavo quale fosse il suo più importante concorrente. Lui ha risposto candidamente “È la stampa 3D”. Improvvisamente si sta realizzando qualcosa di non evidente, ovvero che la stampa 3D sta avendo un influsso così potente su un business apparentemente consolidato come il trasporto delle merci. Io sono convinto, e le evidenze lo dimostrano, che molte delle imprese tradizionali possano essere scardinate. Ma c’è anche una serie di opportunità. Un po’ di tempo addietro, l’Economist ha dedicato la storia di copertina, tra gli altri, ad un’impresa di Civitanova Marche, composta da quattro persone, che è diventata una grande esportatrice di anfibi realizzati in maniera artigianale. Un’azienda familiare che vent’anni fa aveva grosse difficoltà a esportare sui mercati mondiali, ma che oggi, attraverso le leve del digitale, ha potuto proporsi a livello internazionale. Bisogna essere immediatamente in grado di cogliere le opportunità dell’innovazione, capire quello che potrebbe scardinarci e non aver paura, come dicono sempre gli startupper, di cannibalizzarsi da sé. Perché non farlo non significa evitarlo, ma semplicemente che lo farà qualcun altro.

Di che tipo di manager avranno bisogno le aziende della seconda età delle macchine?

Io credo che le aziende abbiano sempre più necessità di avere a disposizione persone con una preparazione molto rigorosa. Tuttavia ciò non farà più la differenza, sarà un prerequisito. Sarà sempre più importante avere doti che hanno molto a che fare con la flessibilità, con la capacità di guardare settori non concorrenti del nostro e individuare soluzioni trasversali. Una parte significativa dell’innovazione esponenziale oggi ha a che vedere con la capacità di chi non solo ha una grande competenza nel settore in cui opera, ma sa unire i puntini e immaginare l’utilizzo di tecnologie e possibilità mutuate da altri ambiti in un settore in cui prima non se ne faceva uso. Queste doti di duttilità diventeranno sempre più rilevanti.

Che consiglio darebbe a uno studente?

Avere sempre e comunque la disponibilità e la voglia di stupirsi. Uno scienziato mi ha raccontato: “Non riuscivamo a risolvere un problema, e ci siamo convinti che forse qualcun’altro poteva farlo al posto nostro. Così abbiamo preso 10 dottorandi, li abbiamo messi in una stanza e loro hanno trovato la soluzione. Perché? Perché non sapevano che fosse così difficile”.

 


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