I Dialoghi. Alessandro Gasbarrini.

12 May 2016

Abbiamo parlato con Alessandro Gasbarrini, chirurgo – Divisione di Chirurgia Vertebrale, Istituto Ortopedico Rizzoli. Ospite all’Innovation Talks.

Oncologia Ortopedica con particolare attenzione a quella Vertebrale, Patologia Vertebrale Degenerativa, Ricostruzione Biologica e Mini-Invasiva nel Rachide. Questi gli interessi scientifici del dottor Alessandro Gasbarrini, uno “sperimentatore clinico” che dalla traumatologia all’Ospedale Maggiore è arrivato all’Istituto Ortopedico Rizzoli nella ricerca di soluzioni avanzate nel trapianto di protesi realizzate con stampanti tridimensionali. Lo stato dell’arte in questa intervista, con un ampio sguardo a criticità e sviluppi.

 

Se volessimo paragonare il ruolo del manager a quello del medico, in cosa si somigliano?
Sicuramente nella gestione economica. Ci troviamo di fronte a una spesa per la sanità pubblica e privata enorme. Nel caso dell’ortopedia tutte le protesi e gli impianti hanno costi altissimi. Una vite che dal ferramenta costa 3 euro in sanità ne costa 800, e nella sostanza non cambiano poi tanto l’una rispetto l’altra. Inoltre deve essere adattata al paziente. E’ come acquistare a caro prezzo un vestito del supermercato per poi doverlo adattare al cliente in una sartoria. Questo mercato, per intenderci, è per il 95% in mano agli statunitensi. Ora noi in Italia abbiamo la fortuna di avere una tecnologia che ci permette di fare direttamente “il vestito su misura” per il paziente. Si tratta delle stampanti tridimensionali, che riescono a costruire la protesi del segmento esatto che devi andare a cambiare. Questa è una grande rivoluzione non solo dal punto di vista medico ma anche dal punto di vista economico. Sicuramente ci saranno tutte le grandi aziende che costruiscono parti ortopediche che si metteranno per traverso, ma non si può fermare l’innovazione tecnologica.

 

Una corsa contro il tempo
Nella quale bisogna arrivare prima degli altri. Nella chirurgia vertebrale avanzata, che con le protesi sostituisce corpi vertebrali danneggiati, a causa di un tumore, di una frattura o di una deformità, si devono produrre progetti innovativi. E noi siamo stati i primi al mondo. Intendo dire qui a Bologna, e credo che sia giusto che Bologna per prima ne sia consapevole. Io metto la mia professionalità a disposizione di chiunque riesca a sviluppare progetti di ricerca tecnologica attraverso idee di impresa che, credo, potrebbero interessare soprattutto le grandi aziende. Ogni realtà innovativa nell’ambito delle stampanti 3D in ambito biomedicale porterebbe lustro a Bologna ma soprattutto importanti vantaggi ai pazienti, con il massimo risultato medico e il minimo della spesa. Un successo nel quale saremmo tutti a guadagnarci.

 

Manca un modello organizzativo italiano
Eppure il terreno è pronto. Dopo che avevamo già impiantato le prime quattro protesi in 3D abbiamo letto un articolo sul web di un australiano che sosteneva di essere stato il primo al mondo a realizzare l’intervento di una protesi della rachide cervicale. Per serietà la nostra equipe prima di annunciare un successo alla comunità scientifica deve avere le prove sulla sua efficacia. In questo caso abbiamo deciso di dare l’informazione scientifica scatenando un interesse mediatico che ha dato un rilievo importante alla sperimentazione. E poi ci sono le anomalie, tutte italiane. Ci sono strumenti che non sono utilizzati per la sperimentazione clinica ma per fare ricerca fine a se stessa, senza riscontri applicabili sui pazienti. La ricerca di base fine a se stessa dove il ricercatore e il clinico non dialogano è una collaborazione mancata, una diseconomia. I soldi sono quello che sono e dobbiamo rendicontare anche i risultati in termini di guarigioni.

 

Qual è il team perfetto?
Quello dove un ingegnere segnala un materiale performante, un biologo indica quali particelle di cellule siano compatibili, l’istopatologo controlli il risultato e così via. Quand’è che io cresco? quando vado in un congresso di radioterapia o di oncologia, dove raccolgo altri punti di vista rispetto all’ortopedia. Un esempio storico bolognese? Le Officine Ortopediche Rizzoli, che vendevano in tutto il mondo.

 

Dove anche gli artigiani creavano innovazione
Esatto. E magari erano proprio loro a  trovare “l’uovo di colombo”. Vengo da una realtà ben diversa, dall’ospedale Maggiore, Trauma Center, dove non interessandomi solo dell’ambito oncologico ho potuto ampliare la mia esperienza. Questo mi ha permesso di andare oltre quello che offre il mercato per trovare nuove soluzioni e non appiattirmi sull’esistente.

 

L’innovazione oggi in Italia?
E’ quella legata alle stampanti 3D nel biomedicale. Si tratta di tre aziende molto grosse, ma quella con cui stiamo lavorando offre qualcosa di più ed è purtroppo all’estero. Bisogna insomma migliorare la ricerca. Al Rizzoli adesso abbiamo la tecnologia per essere indipendenti. Bisognerebbe associare a queste stampanti anche persone di talento e con competenze diverse. Ci vuole anche un supporto manageriale, gruppi che lavorino a presentazioni che dimostrino l’efficacia del prodotto attraverso prove biomeccaniche di stress, modelli di riproducibilità dello strumento, prove di carico della protesi, test di qualità, validazioni. Ogni modello deve avere da una settimana a dieci giorni di tempo per compiere tutte le prove biomeccaniche. Sono sicuro che una azienda ad alta innovazione tecnologica potrebbe ridurre questa tempistica. Il futuro sembra molto promettente a patto si facciano investimenti iniziali importanti. Il mercato c’è. Quello italiano è piccolo ma è indicativo: se funziona qui funziona sicuramente anche all’estero. L’importante è non farsi rubare le idee.

 

Cosa direbbe ai giovani imprenditori interessati al biomedicale?
Suggerirei loro di ragionare su progetti basati sulle stampanti 3D, perché è un mercato dai grandi volumi d’affari e con una scarsa concorrenza. Un altro ambito sul quale sarebbe importante lavorare è la chimica applicata al biomedicale. Se cucire un nervo è impossibile vuole dire che ci vuole un collante. La tecnologia informatica può momentaneamente sostituire l’invenzione di un prodotto definitivo. Noi medici abbiamo bisogno di materiali da utilizzare. E solo attraverso il confronto con altre competenze è possibile trovare le soluzioni innovative.

 

 

 




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