Germano Invernizzi: “Una startup richiede lo stesso tempo, dedizione e impegno ovunque nel mondo.”

17 October 2018

Germano Invernizzi nasce a Milano ma cresce all’estero, in Francia. Il richiamo del suo paese di origine lo porta a tornare in Italia per studiare a Bologna e completare la sua formazione in BBS, dove sceglie il Master in Gestione d’Impresa con Indirizzo Made in Italy. La passione per l’imprenditorialità, sviluppatasi proprio tra i banchi di BBS, lo porta quest’anno a presentare la sua startup Eezecard durante la terza edizione dello StartUp Ecosystem Day.

 

Dove comincia la tua storia? Cosa desideravi diventare quando eri più giovane?

Sono nato a Milano ma cresciuto a Parigi, dove ho studiato fino al liceo. Poi, quando ho dovuto scegliere il percorso di studi, ho sentito il richiamo dell’Italia ed ho deciso di ritornare a Bologna, dove avevo parte della mia famiglia.

All’epoca ero deciso ad intraprendere una carriera diplomatica, perciò ho scelto di studiare Scienze politiche. Studiando è rimasta la passione per la politica ma pian piano mi sono appassionato anche all’economia. Inoltre, con il passare degli anni ho sviluppato una crescente curiosità verso il lato più manageriale della gestione di un’azienda, perciò appena laureato ho cercato di completare i miei studi con un Master fortemente legato al mondo dell’impresa.

 

Come sei arrivato in BBS e cosa ricordi maggiormente del periodo del master? A che punto del tuo percorso hai capito che desideravi fare l’imprenditore?

È stato un mio amico a parlarmi di BBS. Ho partecipato all’Open Day e lì ho scoperto il Master in Gestione d’Impresa con indirizzo Made in Italy, che credo fosse stato proposto per la prima volta proprio quell’anno. Avendo sempre vissuto all’estero, volevo studiare qualcosa di specifico sui nostri valori e le nostre eccellenze, ed è stato proprio questo a convincermi.

Del mio periodo in BBS ricordo ancora oggi molto bene il clima che si era creato con i miei compagni di Master. Con molti di loro siamo rimasti amici e con altri abbiamo anche lavorato insieme, alcuni li ho ritrovati addirittura a Londra. È un network che ancora mi porto dietro a distanza di anni, sia a livello professionale che a livello di amicizie.

La spinta verso il mondo dell’impresa mi è arrivata invece proprio dal Master, è stata la business school a darmi un imprinting particolare e a farmi sviluppare un po’ più di intraprendenza. Oltre a un’infarinatura generale sull’impresa, sulla gestione di un’azienda e sugli aspetti macro e micro economici, la parte più importante dell’esperienza del Master è stato proprio acquisire la consapevolezza che era possibile di tramutare concetti e idee in progetti più pratici. È stato davvero un percorso che mi ha dato gli strumenti per materializzare idee, progetti e sogni, e trasformarli in qualcosa di concreto.

 

Quali sono state le esperienze del Master che ti sono maggiormente servite nel tuo percorso da imprenditore?

Durante il Master abbiamo fatto dei project work con aziende molto importanti come Zanotti, Pquadro, e Lotto, presentandoli davanti ai vari Amministratori Delegati. Questa esperienza mi è servita tantissimo per il mio percorso imprenditoriale. È stata una palestra per capire come presentarsi a certi livelli, come strutturare un progetto, come lavorare in gruppo. Ho avuto anche modo di studiare da vicino numerosi case study e comprendere, almeno in parte, cosa comportasse in realtà gestire un’azienda.

Dopo BBS ho avuto la possibilità di fare uno stage molto formativo da Liu Jo come assistente del Direttore Marketing e Comunicazione. Concluso lo stage, ho deciso di ritornare all’estero per completare il mio percorso di crescita. Sono andato a Londra, dove ho continuato a lavorare per alcuni anni nel marketing ed ho anche avviato la mia prima startup.

 

Raccontaci qualcosa di Eezecard. Come è nata l’idea e quali sono stati i tuoi primi passi per tramutarla in realtà?

Circa due anni e mezzo fa ho passato un periodo a Los Angeles perché volevo frequentare un master sui social media alla UCLA ed ero andato all’Università per capire le modalità di iscrizione. Avendo però degli amici che già vivevano a Los Angeles, ho avuto modo di partecipare ad alcune feste di compleanno dove 8 regali su 10 erano delle gift card. In quel momento mi si è accesa una lampadina. Io non avevo mai regalato né ricevuto una gift card, ma in quell’occasione avevo capito che era una soluzione veramente comoda e che chi la riceveva poteva comprarsi ciò che realmente desiderava.

Quindi sono tornato in Italia per sistemare alcuni aspetti burocratici e trasferirmi poi negli Stati Uniti per frequentare il master. Per puro a caso, poco prima di partire, ho accennato alle gift card ad un mio cugino, una sera a cena. Anche lui aveva in mente di fare una startup, poiché voleva creare qualcosa di suo dopo un percorso da manager. A quel punto non sono più partito e abbiamo deciso di lanciarci insieme in questa avventura. L’idea iniziale era molto vaga, abbiamo cominciato a fare delle ricerche di mercato in Italia e negli Stati Uniti, passando giornate intere a studiare dati che non era nemmeno facile reperire (la maggior parte erano ricerche americane). Una volta capito che c’erano tutti i presupposti per realizzare ciò che avevamo in mente, abbiamo fatto una prima bozza del progetto, una pagina statica del sito e abbiamo acquistato il dominio. E lì abbiamo cominciato a fare un primo giro di aziende.

 

Quando avete capito che l’idea poteva diventare un’azienda, che potevate avere successo?

Oltre alle ricerche di mercato, un altro fatto ci ha dato conferma che eravamo sulla strada giusta. Quell’anno (l’anno in cui io e i miei amici compivamo 30 anni), sono finito in decine di chat di gruppo per decidere i regali. Finivo regolarmente in queste conversazioni con circa altre 20 persone, dove conoscevo appena la metà di loro, e dove la prima persona che scriveva solitamente esordiva con “oddio, l’incubo del regalo”. I problemi che avevo riscontrato in queste chat erano molteplici: nessuno aveva voglia di andare fisicamente a cercare il regalo e perdere tempo nei negozi; tutti erano restii ad anticipare i soldi per gli altri; regolarmente il regalo che si faceva, non piaceva. E allora mi sono detto: “perché se questo è un incubo, non contribuisco a trovare una soluzione?”

Per validare la nostra idea, avevamo però bisogno di trovare aziende che credessero nel nostro progetto. A quel punto abbiamo coinvolto una terza persona, uno startupper atipico di 60 anni, che però ha una grande esperienza nel commerciale e nella moda. Con lui abbiamo fatto il giro di una decina di aziende, tra le quali PinUp, Spalding & Bros e Nike. Siamo andati subito da player abbastanza grossi per capire già nella primissima fase se la nostra idea aveva senso. La risposta è stata molto positiva, anche se noi in mano non avevamo niente, a parte una pagina statica e una buona quantità di cose fattibili ma non ancora fatte. Quindi ci siamo buttati, a quel punto abbiamo registrato il marchio e fondato la società.

 

Quale è stato lo step subito successivo alla validazione della vostra idea?

La nostra è in realtà una startup atipica, in parte perché io a 30 anni ero il socio più giovane, in parte per la grande esperienza degli altri tre. Siamo riusciti a registrarla come startup innovativa e lì è cominciato il vero lavoro di posizionamento e di branding. I primi di dicembre dell’anno scorso siamo andati online, in fase assolutamente beta e di test. Abbiamo preferito andare online senza fare troppa pubblicità e senza troppo clamore, per avere il prima possibile un vero assaggio del mercato, capire chi era il nostro utente, come arrivava al sito e cosa cercava, come si poteva migliorare la piattaforma, e così via. Abbiamo fatto quasi un anno di fase di test, analisi dei dati, analisi dei consumatori, e da lì abbiamo praticamente rivoluzionato la piattaforma, che uscirà nella versione definitiva i primi di dicembre di quest’anno.

Siamo partiti con la moda, ma analizzando i feedback degli utenti abbiamo creato le categorie Fashion & Beauty, Food & Beverage e Design e Interni, che sono anche le tre macro eccellenze dell’Italian Heritage. Quindi, sempre nell’ottica di affacciarci al mercato globale, abbiamo deciso di sviluppare una piattaforma più eterogenea, che coprisse più campi. La novità più grande è che venderemo gift card di una cantina vinicola toscana, piuttosto che di un’azienda di prodotti regionali piemontesi, o di un’azienda che fa del caviale a Bergamo. Il nostro spirito è sempre stato quello di dedicare una bella vetrina a dei marchi più piccoli, di nicchia, ma di alta qualità.

 

Avete avuto la sensazione che il mercato fosse pronto alla vostra proposta o prevedete di dover ‘educare’ i vostri futuri consumatori alle gift card?

La gift card viene spesso percepita come un regalo un po’ impersonale, come se qualcuno non avesse tempo e voglia di pensarci troppo. Con la nostra offerta invece diventa un discorso molto diverso, orientato verso la ricerca delle eccellenze italiane. Un’altra cosa molto utile che abbiamo sviluppato è un algoritmo per filtrare le ricerche. Sulla nuova versione della piattaforma c’è un form che ti chiede a chi vuoi fare il regalo, quali sono i suoi interessi, quanti anni ha e che budget hai a disposizione. Con questi pochi passaggi la piattaforma riesce a filtrare tra centinaia di proposte, lasciandoti scegliere tra quelle più adatte a te.

Nella fase di test abbiamo già fatto delle vendite e trovato dei clienti, perciò la curiosità è già molta. Sicuramente negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, e in Inghilterra il mercato è molto più maturo. Con la nostra nuova piattaforma vorremmo, nel prossimo futuro, provare ad espanderci e cominciare a fare dei test nei paesi dove il mercato è già più ricettivo. In questo momento però, l’obbiettivo è il lancio ufficiale in Italia della piattaforma definitiva con la nuova veste grafica. Abbiamo inoltre tanti progetti collegati, tra i quali anche lo sviluppo di un’app, l’applicazione dei regali.

 

Qual è la tua opinione sulla situazione delle startup in Italia?

Noi abbiamo avuto un’esperienza forse un po’ atipica, io mi sono trovato dei soci con grande esperienza ed avevo le spalle coperte. Quindi, ho avuto la fortuna di partire già con un solido supporto in tutte le prime fasi dove magari servono più esperienza, più contatti. Non l’ho vissuto in prima persona, ma da ciò che ho potuto vedere, un problema che sicuramente ho riscontrato in Italia è quello dei pochi contatti tra il mondo delle startup, quello degli investitori e il mondo istituzionale. C’è poca collaborazione e le StartUp vengono ancora viste con poca serietà.

 

Avendo tu avviato la tua prima startup in Inghilterra e la seconda in Italia, hai notato grandi differenze tra i due paesi?

Non ho trovato nessuna differenza. La parte burocratica all’estero è effettivamente più snella, ci metti un giorno invece che una settimana, ma secondo me non sono cose che spostano poi di tanto l’asticella. Siamo portati a credere che all’estero sia tutto più semplice e qualche volta lamentarsi del proprio paese è anche una scusa per non cominciare, ma le difficoltà sono esattamente le stesse.

In Inghilterra ho conosciuto ragazzi da tutto il mondo e ciò che ho notato tra i giovani che si interfacciano al mondo del lavoro è sicuramente la grandissima differenza dal lato della flessibilità. I giovani stranieri sono sicuramente più abituati a lavori flessibili e hanno meno propensione a cercare il lavoro fisso. Due settimane fa un mio amico mi ha inviato a cena con altre 6-7 persone per festeggiare la firma di un contratto a tempo indeterminato, cosa che tra i miei amici all’estero non succederebbe mai. Ovviamente è tutto collegato in modo sistemico, perché senza un contratto fisso qui in Italia non hai accesso al credito, non puoi avere una casa e così via. E questo influisce anche sulla volontà di mettersi in proprio, di buttarsi.

 

Spesso si sente dire che avviare una startup è diventata praticamente una moda. Hai avuto questa percezione qui in Italia? E all’estero?

Purtroppo, fondare una startup in Italia è ancora visto più come un passatempo che un vero lavoro o una vera visione, che comportano grandi sacrifici. Noto la differenza quando ne parlo ad un mio coetaneo in Francia, che ti da credibilità e si interessa a quello che fai. In Italia invece passi per quello che se lo può permettere perché ha una famiglia alle spalle, oppure non sapeva cosa fare o non vuole ancora trovare un lavoro ‘vero’. All’estero lo vedono come qualcosa di molto positivo, un impegno vero e non un’attività da fare giusto per passare le giornate. La forma mentis che ha il coetaneo italiano è molto diversa, ma in sostanza creare una startup nel nostro paese non è né più difficile né più facile rispetto al crearla all’estero. Una startup richiede tempo, dedizione e impegno ovunque allo stesso modo.

 

Germano Invernizzi, Co-fondatore di Eezecard

Master in Gestione d’Impresa / Made in Italy - Classe 2010/2011




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