Elezioni: il ruolo dei Big Data nelle campagne politiche

22 February 2018

Carisma, leadership, ma anche Big Data e le capacità analitiche per sfruttarli. Sembrano essere queste le qualità che compongono il profilo del candidato vincente, stando a quanto emerge dalle ultime esperienze elettorali affrontate dai cittadini di tutto il mondo. Nel giugno del 2013 il quotidiano The Washington Post apostrofò Obama come The Big Data President, portando alla ribalta il preludio di un’era in cui le elezioni e i referendum si vincono con una propaganda ad personam.

 

La campagna per la rielezione di Obama è andata ben oltre al consueto utilizzo di database di elettori, profilati secondo la classica suddivisione per categorie sociodemografiche. Grazie ad un acuto utilizzo delle informazioni ricavate dai Big Data, il suo staff è stato capace di valutare, sulla base delle preferenze e abitudini espresse online, ogni singolo elettore. L’applicazione di tecniche di data mining hanno fatto sì che si venisse a conoscenza della propensione al voto dei singoli individui, verso i quali è stata poi diretta una minuziosa campagna di microtargeting.

 

Il caso forse più eclatante che ha visto i Big Data come protagonisti indiscussi nella costruzione di una strategia comunicativa ad uso politico, è quello delle presidenziali americane del 2016. Grazie all’utilizzo di sofisticate tecniche analitiche e un chirurgico approccio al marketing digitale, Donald Trump è stato in grado di veicolare i propri messaggi elettorale nei modi, nei tempi, e nei luoghi più appropriati per raggiungere ciascun elettore. Prendendo ad esempio la posizione favorevole di Trump sulla questione del possesso di armi, essa è stata proposta come ‘difesa’ ai cittadini impauriti che abitano in quartieri malfamati, ‘diritto’ ai puristi della costituzione e come ‘tradizione’ agli amanti della caccia sportiva. Insomma, stesso messaggio, valore sostanzialmente diverso per il ricevente. E per il candidato, considerando una vittoria ancora oggi definita inspiegabile da molti.

 

La società dietro alla campagna online di Trump, specializzata nell’analisi dei dati e nella comunicazione strategica dei processi elettorali, è la stessa che aveva lavorato per il partito Leave.EU nelle primissime fasi della sua campagna Brexit, la Cambridge Analytica. Nata nel 2013, la società è un’estensione americana della SCL, un’azienda britannica esperta in previsioni dei comportamenti umani tramite raccolta, analisi e uso dei dati. Tra i clienti di spicco della SCL troviamo il Ministero della Difesa del Regno Unito, il Dipartimento di Stato Usa e la NATO, la quale si è avvalsa dei suoi servizi per capire come neutralizzare il reclutamento islamico online.

 

I Big Data avranno un ruolo fondamentale anche nelle prossime elezioni del 4 marzo in Italia? Sembrerebbe proprio di sì, stando alle affermazioni di Fabio Martini, giornalista di La Stampa che nel corso della presentazione del suo ultimo libro ha sostenuto che uno dei partiti politici candidati al governo del Paese si è rivolto a Cambridge Analytica per una consulenza. Null’altro è noto per il momento, ma sul sito della stessa società emerge come ci sia già stato, in passato, un suo coinvolgimento nella vita politica Italiana. Nel 2012, infatti, Cambridge Analytica avrebbe lavorato per un partito politico che vanta i suoi ultimi successi negli anni ’80, portandolo ad un risultato molto al di sopra delle aspettative.

 

“Noi troviamo i vostri elettori e li mettiamo in azione”, recita lo slogan sul sito di Cambridge Analytica. In sintesi, i Big Data inseriti in un contesto politico si trasformano in un’arma di consenso. Ma come riesce la società capitanata dall’analista finanziario Alexander Nix, ad offrire ai suoi clienti campagne elettorali al limite del sartoriale? Il metodo utilizzato combina l’analisi psicometrica, ovvero quel campo della psicologia specializzato nella misurazione delle caratteristiche psicologiche dell’individuo, ai Big Data. Da questo incrocio nasce OCEAN, il modello basato sull’analisi dei Big Five: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, approccio collaborativo e stabilità emotiva. L’analisi di queste cinque variabili di base ha permesso di profilare 220 milioni di americani durante la campagna di Trump, comprendendone bisogni, paure e probabili comportamenti, per poi tradurli in dark post personalizzati e visibili solo ai pubblici selezionati. La società è talmente convinta del proprio metodo che sul suo sito promette di poter raggiungere circa la metà delle case americane con “una precisione che non contempla sprechi”.

 

Da dove arrivano, però, i dati necessari per manifestare questo nuovo miracolo della tecnologia digitale? I Big Data differiscono dai database tradizionali per tre caratteristiche che devono necessariamente essere presenti nello stesso momento: grandi volumi, velocità e varietà di fonti e natura. Internet, con le sue 450 milioni di transazioni giornaliere B2C e B2B attese entro il 2020, è ovviamente la fonte primaria di questa straordinaria risorsa.

 

Amazon, Facebook, Google e altri utilizzano da tempo la profilazione generata dall’analisi dei Big Data per creare efficaci strategie di marketing, alle quali abbiamo già fatto in parte l’abitudine. Molto meno conosciute sono però le strategie di raccolta dati messe in campo dalla politica. Per la campagna di Trump, ad esempio, sono state pagate un centinaio di persone per compilare un questionario tramite il sito Mechanical Turk. I cittadini, per ricevere il pagamento, hanno dovuto scaricare un’app che ha potuto accedere, in via completamente legale, ai loro profili Facebook e a quelli dei loro amici. All’enorme database offerto da Facebook sono stati inoltre affiancati i dati acquistati da società terze. Cambridge Analytica è così riuscita a identificare i probabili elettori di Trump e creare messaggi elettorali mirati, al punto che l’attuale Presidente degli USA ha speso meno della metà dei 521 milioni di dollari della sua avversaria Hillary Clinton per ottenere la vittoria.

 

Un utilizzo incontrollato dei Big Data nasconde numerosi pericoli, tra i quali il rischio di assuefarsi ad un’informazione precostruita e finalizzata a scopi ben precisi, dove il cittadino si ritrova davanti ad una continua, e manipolata, conferma delle sue convinzioni sul mondo (Confirmation Bias). La tutela della privacy, la libertà di scelta, le pari opportunità, sono temi di fondamentale importanza, che trovano sempre più tutela nelle legislazioni nazionali e internazionali. Ne è un esempio il GDPR, l Regolamento Europeo 679/2016 a tutela della Privacy, che diventerà direttamente applicabile da tutti gli stati membri a partire dal 25 maggio 2018.

 

Il monito verso un utilizzo più controllato dei Big Data arriva anche dal mondo accademico. Nel 2008 il professor Michael Kosinsky, all’epoca ricercatore della Cambridge University, utilizzò il modello OCEAN per produrre un questionario divulgato tramite l’app My Personality. L’accuratezza delle previsioni emerse dall’analisi dei profili Facebook dei partecipanti fu talmente sorprendente, che Kosinsky stesso decise nel 2014 di pubblicare una ricerca sui possibili rischi che questi strumenti comportano in termini di controllo, manipolazione e privacy.

 

“I nostri figli non saranno in grado di capire il concetto di comunicazione di massa,” afferma Alexander Nix, CEO di Cambridge Analytica. Viene da chiedersi se saranno capaci di comprendere la differenza tra un loro pensiero e quello suggerito da un algoritmo. Specialmente quando si tratterà di votare.

 


 

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