Dialogo con Eugenio Sidoli, CEO Philip Morris Italia

9 July 2015

“Essere un leader in un’organizzazione – piccola, media o grande che sia – richiede qualità simili a quelle di un architetto. Devi saper disegnare: disegnare futuri, disegnare visioni, disegnare spazi, anche se non si tratta di spazi fisici, ma di spazi mentali, competitivi e di mercato”. A parlare è Eugenio Sidoli, CEO di Philip Morris Italia e membro dell’International Advisory Board di BBS, che ha partecipato alla Reunion 2015 di BBS.

 

Philip Morris Italia è stata certificata dal Top Employers Institute fra i Top Employers Italia 2015. Quali sono le opportunità che offrite a chi lavora con voi?

Top Employers certifica i processi interni di gestione delle risorse umane ed in questo in Philip Morris siamo molto competenti. Un processo, ad esempio, è un piano di carriera. A un ragazzo di 23-24 anni che entra oggi in azienda ed è motivato a lavorare in una multinazionale offriamo una carriera e la costruiamo. Gli chiediamo di imparare a fare bene il suo lavoro e di lasciare che l’azienda si occupi del suo sviluppo. Per ogni persona predisponiamo un piano mirato. Periodicamente facciamo delle verifiche, valutiamo se ci sono stati progressi, se stiamo facendo ciò che abbiamo pianificato per sviluppare quel determinato profilo e per farlo arrivare a essere un manager o un direttore di funzione nell’arco di tempo stabilito. I processi che abbiamo sono molto solidi, ben strutturati e ci aiutano ad operare nella grande macchina aziendale. Senza processi le aziende fanno fatica a sviluppare sia i prodotti che gli uomini.

Il mercato delle sigarette in Europa è in calo. Come pensate di affrontare questa diminuzione della domanda?

Il calo è dovuto a ragioni in parte fisiologiche ed in parte legate alle politiche di disincentivazione di un consumo che è notoriamente dannoso per la salute. Lavoriamo in un mercato in strutturale calo di volume. Esiste tuttavia un consumatore che, al di là delle implicazioni salutistiche, apprezza il prodotto ed ha comunque deciso di fruirne. C’è una componente di piacere nell’utilizzo delle sigarette che non è irrilevante. La visione di Philip Morris va però oltre il mercato di questi prodotti ed ambisce a convertire consumatori che corrono un rischio certo in consumatori di prodotti a rischio ridotto. Quanto “ridotto” lo scopriremo con il tempo perché non ci sono ancora dei criteri di misurazione, ma la riduzione del rischio è un obiettivo oggi perseguibile. Venti o trent’anni fa le tecnologie non lo permettevano, oggi sì. Nel nostro futuro vediamo quindi un business di sostituzione con una gamma di prodotti differenziati, di buon gusto e con caratteristiche organolettiche che facilitino la conversione ad un consumo che sia meno rischioso.

Philip Morris ha stanziato 500 milioni di euro per sviluppare e produrre a Bologna un prototipo di sigarette di nuova generazione. Di cosa si tratta?

A Bologna fabbrichiamo un prodotto sviluppato nel nostro centro R&D in Svizzera, che si è occupato per anni di come riuscire a ridurre l’impatto sulla salute dei prodotti da fumo. La piattaforma che abbiamo incominciato a produrre si chiama “Heat-not-burn”, “Si scalda ma non brucia”: abbiamo eliminato la combustione del tabacco, responsabile di una grande quantità di tossine che causano malattie polmonari. Senza la combustione non c’è fumo. Questo prodotto “non da fumo” rappresenta il primo passo che l’azienda ha fatto in una categoria di prodotto nuova, che è il nostro mercato prospettico.

In un momento in cui molte aziende italiane stanno delocalizzando all’estero, voi avete deciso di investire in Italia e in particolare a Bologna. Perché?

Bologna per noi aveva un ruolo importante già prima di questo investimento perché sede di Intertaba, il nostro principale centro di produzione di filtri ad alta tecnologia. Il filtro è una componente importante anche del nuovo prodotto. Ma c’é di più: una terra ricca, operosa, generosa e molto produttiva. Le competenze nelle tecnologie meccaniche ed elettroniche che ci sono in Emilia ci sono invidiate in tutto il mondo. Per queste ragioni Bologna è stata da subito nella lista dei siti candidati ad ospitare la nuova fabbrica. Inoltre, la città ha fatto un grande sforzo per aggiudicarsi questo investimento. Oggi in molti ci dicono che la nostra scelta ha fatto sì che anche altre imprese considerassero Bologna come una destinazione; siamo consapevoli che l’ottimismo è un fatto contagioso.

Che consiglio darebbe a un nostro studente che volesse intraprendere una carriera manageriale?

Il consiglio che darei è figlio dalla mia esperienza professionale. Avrei desiderato studiare architettura; ho fatto scelte diverse ed ho ritrovato i miei interessi nel cammino professionale che ho fatto. Dopo la laurea in economia i primi passi li ho fatti nel marketing e nelle attività commerciali; una buona scuola per acquisire una visione d’insieme dell’impresa; poi mi si e offerta la possibilità di lavorare per Philip Morris International ed ho scoperto un immenso spazio dove esprimere creatività ed intraprendenza; uno spazio che mi ha permesso – da brand manager a managing director – di lavorare come “designer” di brand, di progetti, di strategie e di organizzazioni. Quello che consiglierei ad un giovane che viene a studiare leadership alla BBS, dove si impara il governo di un’impresa e di un sistema economico, è di sfruttare l’occasione per comprendere le interazioni tra le parti di una impresa e sviluppare sensibilità sulle conseguenze delle azioni. La leadership è responsabilità ed un leader è come un designer: deve costruire sogni, visioni e spazi nuovi per le organizzazioni che guida ma essere anche responsabile della sostenibilità di ciò che fa. Questo è ciò che serve al mondo di oggi e di domani: una classe dirigente che abbia visione e consapevolezza, che sappia aiutare l’Italia ed il resto del pianeta a crescere in un modo migliore.


 

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