Dialoghi. Barbara Carfagna

10 December 2018

Barbara Carfagna, autrice e giornalista Rai, ha aperto lo scorso 15 novembre l’edizione autunnale degli Innovation Talks 2018. In occasione del suo speech Datacrazia, dedicato al futuro della democrazia all’alba della terza fase di internet, Barbara Carfagna ha condiviso in questa intervista inedita la sua visione sui più recenti avanzamenti tecnologici e il loro impatto sulla società.



Durante lo Speciale TG1 ‘Onlife, come il digitale cambia l’uomo’, ha raccontato l’ipertecnologico quotidiano degli abitanti di Singapore, una città-stato dove i dati regolano i servizi, la sicurezza e addirittura le relazioni. Dal reportage traspare una certa benevolenza delle persone a rinunciare a parte della propria libertà in cambio di un benessere diffuso e di sicurezza sociale. In un certo senso, non sono le stesse promesse di alcuni regimi politici del passato? È la storia che si ripete con mezzi nuovi, o secondo lei siamo di fronte a una rivoluzione culturale che porterà l’umanità in una direzione completamente nuova ed inesplorata?

La novità assoluta sta nel fatto che non c’è alcuna violenza in questa modalità dello stato di disciplinare i comportamenti dei cittadini, ma c’è semplicemente un grande studio dei dati e della natura umana. Certamente, alcune modalità e alcuni temi rimandano alle esperienze del passato. La combinazione tra l’intelligenza artificiale, la capacità computazionale di raccolta dei dati e gli algoritmi, hanno indubbiamente creato qualcosa di nuovo che rappresenta il sogno del passato di alcune dittature. A volte mi viene da pensare, avendo realizzato uno speciale in Cambogia nel 2001 a 30 anni dal regime di Pol Pot, che se lui avesse avuto a disposizione un sistema del genere, l’avrebbe sicuramente implementato al posto della repressione violenta.

Al contempo però, nel caso specifico di Singapore, bisogna dire che si tratta di una regione particolarmente difficile con scarse risorse naturali, enormi difficoltà dal punto di vista ambientale e dove convivono 4-5 etnie diverse. Sostanzialmente, è stata l’emergenza a creare una società efficientissima in condizioni pressoché impossibili, e per farlo ha utilizzato questo un sistema altamente tecnologico sviluppato con l’aiuto del MIT di Boston. In un certo senso Singapore è diventato quasi un esperimento a cielo aperto della Silicon Valley e del MIT.

Stiamo costruendo il mondo digitale attorno a delle logiche commerciali e di efficienza ma quello che manca, come dice il filosofo Luciano Floridi, è il progetto umano che dovrebbe stare al centro di tutto. Considerando che i processi in vigore a Singapore si estenderanno, in maniera più o meno integrale, un po’ a tutti i paesi del mondo attraverso le grandi società digitali, bisogna cominciare a comprendere le loro logiche e gestirne il potere.

 

Il digitale è per sua natura globalizzante e, secondo alcune teorie, potrà in un prossimo futuro portare alla fine delle frontiere e dei governi nazionali. Secondo lei, questo è uno scenario verosimile e, soprattutto, l’umanità e pronta ad autoregolarsi? Sarà ancora possibile garantire sicurezza e democrazia in una società dove è assente ogni forma di struttura gerarchica di governo oppure è più probabile che le strutture nazionali classiche verranno semplicemente sostituite da altri organismi?

A mio parere, per come si sta costruendo il mondo digitale, senza una sovrastruttura la sicurezza delle persone e la democrazia non possono essere garantiti affatto. Ragionando su chi la dovrebbe costruire, certamente non possiamo aspettarci di delegare questo compito ai singoli governi, ma serve un progetto politico nel senso più alto del termine, che si ponga al di sopra delle nazioni. Si renderà necessario creare organizzazioni sovranazionali come ce ne sono state in passato, per esempio nella difesa e dei diritti umani.

Certo, quello che vediamo oggi è un paradosso. Stiamo abbattendo i confini nel digitale, mentre si stanno rafforzando i nazionalismi. In questo momento di caos nel digitale, le dittature diventano sempre più efficienti.

 

Al MIT di Boston si studia un sistema per prevedere gli elementi che causano stress all’essere umano, a Singapore il governo anticipa i bisogni dei cittadini, le aziende di tutto il mondo sfruttano i dati per offrire prodotti altamente personalizzati e targettizzati. La tecnologia in questo modo ci è veramente d’aiuto oppure ci toglie creatività, inventiva e buona parte dello sviluppo personale che arrivano anche dall’affrontare le difficoltà e dalla libertà di sperimentare, sbagliare ed esprimerci? Secondo lei, assecondare in modo così preciso i nostri gusti e soddisfare in tempo reale le necessità, non ci appiattisce culturalmente e come esseri umani?

Bisogna anzitutto vedere se questi studi sul nostro comportamento verranno messi a terra e quali effetti avranno. Certamente, questa in cui viviamo viene a ragione chiamata da qualcuno la Società degli oracoli: un tempo avevamo l’Oracolo di Delfi, oggi invece abbiamo un algoritmo che ci dice cosa ci stressa inducendoci poi a comportamenti per noi più utili e salutari. Abbiamo oracoli addirittura in casa. Nel caso di Alexa, l’assistente virtuale di Amazon, l’algoritmo potrà conoscere tutte le nostre abitudini casalinghe – a che ora ci alziamo, cosa cuciniamo – per poi guidarci in termini commerciali.

Rimane ad ogni modo difficile pensare che tutto questo possa in qualche modo appiattirci. L’essere umano è talmente pieno di sfaccettature, che ognuno di noi continuerà a pensare quello che vuole e come vuole, a patto che sia cosciente e consapevole dei meccanismi che lo circondano.

L’algoritmo ha inoltre un grosso limite, perché cristallizza le cose al passato. Da un lato è predittivo e può aiutare, io ad esempio uso molto Twitter che, analizzando i miei dati, mi restituisce un servizio sotto forma di una rassegna stampa personale. Ci sono però altre situazioni in cui gli algoritmi, funzionando al passato, vanno a rafforzare delle abitudini non necessariamente positive. Penso ad esempio a come, quando si viene analizzati nei comportamenti e poi inseriti in gruppi di persone con le stesse opinioni, questo possa portare a disastri come quelli che abbiamo visto anche recentemente in politica.

Il rafforzamento dei pregiudizi, coadiuvato dall’attività degli algoritmi, sta anche alla base della creazione delle fake news. Vengono infatti create delle verità ad hoc, adatte a quello che le persone vogliono sentirsi dire e a discapito di descrizioni e racconti più oggettivi. Potremo sicuramente godere di maggiore creatività quando si sarà sviluppata adeguatamente l’intelligenza artificiale, perché non si baserà su un algoritmo ma sull’apprendimento costante.

 

Si sente spesso dire che l’Italia nel mondo non compete con l’innovazione e la tecnologia, ma con il senso estetico, la tradizione, il know-how degli artigiani, l’estro e la creatività. Secondo lei nel futuro, le peculiarità del nostro paese saranno un punto di forza, poiché ad esclusivo appannaggio dell’essere umano e perciò difficilmente sostituibili dall’intelligenza artificiale, oppure il nostro paese farebbe meglio a prendere molto seriamente la corsa verso il digitale e orientare più risorse in questa direzione?

Credo fermamente che la questione italiana dell’artigianato e del Made in Italy diventerà la base di un privilegio e di un lusso. Probabilmente però saranno i processi, che servono agli artigiani per ottimizzare il loro lavoro, a essere digitalizzati. Il know-how artigianale rimarrà ovviamente lo stesso, ma saranno altri fattori del mondo digitale ad aiutarli a innovare e quindi produrre meglio e in maniera più mirata.

Altre realtà italiane invece verranno completamente digitalizzate e non potranno che trarre beneficio dal 4.0 e dalla robotica che, sebbene facciano ancora un po’ paura, contribuiscono concretamente a rendere più efficienti le industrie. Quindi, le due cose potranno sicuramente coesistere.

Inoltre, l’utilizzo della blockchain potrà aiutare i prodotti del Made in Italy a essere riconosciuti all’estero e a preservare la loro originalità, rischiando così meno spesso di trovare prodotti contraffatti, la cui scarsa qualità va a minare l’immagine stessa del nostro paese.

 

Secondo Darwin, l’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza. Secondo lei, la nostra società sembra aver abbracciato la promessa della terza fase di internet con troppa facilità, senza interrogarsi abbastanza a fondo sui risvolti negativi? Qual è l’aspetto del futuro, intravisto durante le riprese di Codice, che più la spaventa e del quale dovremmo prendere coscienza?

Quello che mi fa paura è proprio la possibilità di utilizzare la tecnologia nella politica e nelle realtà disciplinari, perché ci vedo dietro la possibilità di ‘hackerare’ il libero arbitrio. Hiroshi Ishiguro, Direttore del Intelligent Robotics Laboratory dell’Università di Osaka, pensa che la società del futuro si dividerà in una classe dirigente, che sa programmare e dialogare con le macchine, e in una massa biologica informe che sarà destinata al reddito di cittadinanza e che seguirà soltanto ciò che è stato immaginato dagli altri.

Il social rating in Cina peggio ancora, è un sistema molto invasivo, che non verrà nemmeno più riconosciuto né messo in discussione da chi ci nascerà già dentro. A questo punto mi sorge un’altra domanda: il super computer di Singapore, che ora è comunque programmato e gestito da algoritmi creati da esseri umani, un giorno sarà capace di gestirsi in autonomia? In quel caso diventerà lui veramente il leader, bypassando l’uomo? Non è escluso.

Quindi ci si rende conto, alla luce dell’intelligenza artificiale, di che cosa siano veramente l’uomo e la mente umana: da un lato un meccanismo straordinario, ma allo stesso tempo anche facilmente domabile, perlomeno ora. Sono ancora più convinta che bisogna fare divulgazione per mettere a conoscenza le persone di quanto sta accadendo loro attorno e in qualche modo limitare la possibilità di essere disciplinati inconsapevolmente.

 

L’avanzamento della robotica sembrava dover liberare l’uomo solamente dai lavori poco creativi, fisicamente usuranti e pericolosi, ma assistiamo sempre più spesso all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per assolvere a compiti complessi e tipicamente umani, come la direzione di un’orchestra, la cura degli anziani e il customer service. Secondo la sua esperienza di giornalista, costantemente a contatto con il fattore umano, quali sono le competenze e capacità sulle quali i giovani di oggi dovrebbero maggiormente puntare, per vincere la competizione con l’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro del futuro?

In realtà le due cose vanno integrate. Faccio un esempio sulla cura dell’anziano. In una casa di cura Giapponese che ho visitato, i robot si prendevano cura degli ospiti insieme ai badanti. Il dato sorprendente è che gli anziani preferivano fare esercizi con i robot perché si sentivano meno a disagio con le loro disabilità di fronte ad una macchina che non era capace di giudicarli.

Ad ogni modo, la competenza di progettare e programmare i robot appartiene sempre all’uomo, di conseguenza al badante o all’assistente che lavora con l’anziano. Anche la ricerca di modi nuovi e alternativi di utilizzare l’intelligenza artificiale e applicarla ad un uso pratico, è una competenza che va acquisita e sviluppata dagli umani.

C’è un mondo di opportunità straordinarie per chi ha 20 anni adesso, un mondo intero da creare e da costruire. Quindi non bisogna focalizzarsi su ciò che si perde ma su quello che di nuovo si può acquisire e creare.

 

 

Barbara Carfagna – 15 novembre 2018, Villa Guastavillani, Bologna




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