I Dialoghi. Giorgio Metta

2 June 2016

I Dialoghi sono momenti di confronto con personalità del mondo dell’impresa e della cultura che hanno raggiunto l’eccellenza nel proprio campo di attività, per conoscere il loro percorso professionale e le sfide che hanno affrontato. Abbiamo parlato con Giorgio Metta, vice direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia e creatore di iCub. Ospite all’Innovation Talks Spring Edition.

 

Giorgio Metta, ingegniere elettronico, è il vice direttore scientifico e direttore del dipartimento di sviluppo del progetto di robotica iCub dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (IIT). In occasione dell’Innovation Talk di cui è stato ospite lo abbiamo intervistato riguardo le importanti novità nello sviluppo di un nuovo robot umanoide studiato per accedere al mercato consumer.

Ingegniere Metta, quali obiettivi persegue l’Istituto Italiano di Tecnologia?
L’IIT ha come missione fare ricerca e trasferimento tecnologico. Abbiamo iniziato a pensare di spostare la ricerca verso un ambito produttivo. Ci siamo affermati nell’ambito della ricerca pubblicando articoli mirati ad attirare fondi aggiuntivi. Dal 2011 abbiamo cominciato a investire di più sul trasferimento tecnologico: creazione di startup e orientamento delle idee sviluppate nella ricerca verso il mercato, soprattutto cedendo brevetti e creando startup. Al momento l’istituto ne ha sviluppate una dozzina, alcune con finanziatori locali, altre all’estero (una in Svizzera, una negli Stati Uniti), anche se preferiamo favorire la creazione di start up direttamente in Italia.

E per quanto riguarda la robotica, la punta di diamante della vostra ricerca?
Per la robotica stiamo cercando di ottimizzare l’investimento di 70 milioni in IT per la realizzazione di prodotti tecnologici già completi, lasciando in secondo piano la produzione di singole parti tecnologiche. Questo è possibile grazie alla modifica della legge che impediva a un ente pubblico di partecipare a una impresa. Abbiamo perciò approfittato della circostanza per creare un progetto di robotica rivolto a un mercato vasto che costi trenta volte meno del prototipo sperimentale iCub. Abbiamo potenziali finanziatori con cui stiamo trattando, abbiamo 5 milioni di euro ricevuti per lo sviluppo di progetti industriali e stiamo concentrandoci su questo nuovo robot, che è un progetto di business, per il quale non sono previste pubblicazioni scientifiche.

In che modo state procedendo?
Prepariamo business plan, ipotizziamo scenari che siano funzionali al lancio di una startup sulla robotica. In parallelo c’è un’altra attività sempre sulla robotica finanziata attraverso un laboratorio congiunto con l’INAIL che si occupa di riabilitazione motoria. Abbiamo sviluppato e industrializzato macchine per la riabilitazione, alcune già in sperimentazione clinica in alcuni ospedali liguri. Stiamo realizzando una protesi innovativa della mano, in fase avanzata di progettazione, ed esoscheletri per aiutare nella camminata persone con gravi difficoltà di movimento. Abbiamo anche un brevetto di licenza per una azienda automobilistica che sta lavorando alla automazione degli interni utilizzando i sensori che coprono la superficie del robot.

Torniamo al vostro robot a portata di tutte le tasche.
Per ora abbiamo confermato solo la forma del robot, che si chiama provvisoriamente R1. Il primo prototipo è stato realizzato in aprile. Per abbattere il più possibile i costi abbiamo sostituito le parti metalliche con materiali polimerici, come il teflon o varianti del teflon, materiali robusti. Abbiamo utilizzato motori a basso costo sostituendoli a quello d’areoplano utilizzato per il prototipo iCub. Questa ricerca sul risparmio ha avuto come risultato ulteriore l’ideazione di soluzioni che hanno portato a brevetti innovativi. E tutto per un costo finale del prodotto di circa 10.000 euro.

Come avviene l’apprendimento del robot R1?
Ci sono alcune competenze che vengono apprese attraverso l’esperienza diretta e altre che sono preimpostate. Una delle cose che la macchina non può fare a priori è, per esempio, riconoscere immediatamente gli oggetti. Questo avviene attraverso una fase di addestramento nella quale si mostrano al robot, che li memorizza, li elabora e li registra attraverso le telecamere. La preimpostazione di altre capacità avviene attraverso il caricamento di app specifiche, come ad esempio le operazioni per preparare un caffè.

Esistono competitor sul mercato?
C’è solo un altro robot simile, realizzato da un’azienda giapponese. Si tratta di un prodotto a basso costo che ha già venduto 7000 pezzi. Ma si tratta di un robot che non è in grado di manipolare quasi nulla. R1 invece ha le mani. Può aprire armadi, cassetti, raccogliere oggetti e porgerli. Possiede un sensore di controllo della forza per non rompere gli oggetti che incontra e non creare danni alle persone. Inoltre è cedevole alla forza impressa dagli altri: se lo spingo non contrappone alcuna forza.

I tempi di produzione?
Gli investitori vorrebbero arrivare a una prima versione nel giro di 15/18 mesi per fare quantomeno installazioni dimostrative o prove dal vero per mettere a punto ulteriori modifiche. Sono tempi abbastanza brevi soprattutto perché i giapponesi stanno già vendendo il loro prodotto. In questo tempo dobbiamo perfezionare un prodotto che non è certo un chiosco di informazioni su ruote. Il nostro robot dovrà servire alla assistenza fisica, soprattutto per anziani con mobilità ridotta. Dovrà avere cura delle persone e della casa, essere allo stesso tempo una centralina di comunicazione e un sistema di sorveglianza. Tutto in un metro e 30 di altezza, estendibili di ulteriori 15 cm, con braccia di 60 cm anche esse ulteriormente allungabili.

Cosa dicono le ricerche di mercato?
Ne abbiamo realizzata una commissionata da una ditta che vorrebbe lavorare con noi. Risulta che il mercato di riferimento è soprattutto quello degli anziani non autosuffcienti. I dati parlano di 70 milioni di anziani nei solo Stati Uniti entro il 2030, cioè il 20% dell’intera popolazione. In Cina, altro mercato importante, il numero cresce a circa 200 milioni di potenziali acquirenti per un 15% di anziani ricchi o benestanti. Inoltre la ricerca ha mostrato un calo futuro di servizi notturni e di sorveglianza per gli ospedali. Abbiamo perciò stimato per il primo anno la vendita di 3000 pezzi nel solo mercato cinese. I ricavi previsti si aggirano dai 50 ai 100 milioni di euro l’anno.

Cosa si può rispondere a chi paventa un futuro invaso da robot?
La macchina è in grado di leggere 30.000 articoli in tempi brevissimi ma non riesce a creare collegamenti logici e creativi che solo l’uomo è in grado di fare. E questo è un elemento imponderabile legato all’intuizione e a processi talmente sottili che sono lungi dall’essere riproducibili in un robot. Per quanto riguarda il rischio di sostituzione della macchina sull’uomo nel lavoro direi che anzi risolverà il problema della necessità di forza lavoro che andrà esaurendosi con l’invecchiamento della popolazione. Quindi in realtà più che competere, la robotica potrebbe affiancarsi supplendo a quei lavori che le persone non vogliono più fare o che rappresentano un rischio per l’uomo. Diciamo che nello sviluppo dei robot il rischio maggiore che vedo è la persistente mancanza di finanziatori italiani. E questo è una preoccupazione vera per il futuro tecnologico del nostro Paese.




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