USA, Cina e climate change

8 November 2019

È una mossa attesa quella degli Stati Uniti che, tramite il segretario di Stato americano Mike Pompeo, hanno ufficialmente informato le Nazioni Unite dell’uscita dall’accordo sul clima di Parigi decisa da Donald Trump nel 2017.

Una notizia che arriva a ridosso della firma del nuovo accordo bilaterale franco-cinese che prevede invece l’impegno “irreversibile” della Cina al rispetto del documento di Parigi.

Una sorta di capovolgimento di equilibri storici, verrebbe da pensare, ma Matteo Mura Direttore Scientifico del Global MBA in Green Energy e Sustainable Businesses, invita a riflettere su tre aspetti: “La notizia del disimpegno di Trump dagli accordi sul clima è decisamente negativa (gli USA contano il 15% delle emissioni mondiali di CO2) – dice Mura – ma non dimentichiamo che durante l’amministrazione Obama c’è stata una grande spinta verso le energie rinnovabili, e il settore già oggi pesa il doppio rispetto alla produzione da materiale fossile”. Difficile dunque che si possa fermare la crescita di un settore produttivo così dinamico.

Ma ci sono altre spinte interne che vanno in senso contrario alle decisioni di Trump, come We are still in, coalizione di città, stati, università, aziende, associazioni americane che già dal 2017 hanno preso posizione contro l’uscita dagli accordi sul clima. “È molto difficile che le politiche negazioniste di Trump facciano davvero presa sul tessuto economico americano, al di là di alcune lobby – continua Mura – e gli osservatori internazionali sono d’accordo sul fatto che siano scelte limitanti per il futuro dell’economia statunitense, destinate a far perdere terreno in una competizione globale ormai molto orientata”.

E la Cina? Il colosso asiatico già nel 2016 ha varato un piano quinquennale che prevede un cambio drastico di rotta rispetto al passato: abbandono delle sorgenti fossili e importanti investimenti nella transizione energetica sono già in atto, e nel futuro verranno consolidati. “Il governo cinese si è reso conto che stava perdendo il consenso di un popolo stremato da insostenibili livelli di inquinamento – prosegue Mura – e che le ripercussioni sociali stavano per sfuggire dal suo controllo. Inoltre è chiaro a tutti che sul piano internazionale questo tipo di economia rappresenterà un driver importante di sviluppo e che non si può rimanere fuori da questo settore”.

L’Italia in questo ambito può fare molto: “Le aziende green del nostro Paese dal punto di vista incrementale crescono di più della media europea – conclude Mura – e sui brevetti e le eco-innovazioni abbiamo un ottimo punteggio Eco Innovation Index. Sia su grande scala (Enel ed Erg, ad esempio) sia sulla media e piccola, alcune nostre aziende stanno tracciando la rotta, e stanno facendo diventare la sostenibilità ambientale un vero sinonimo del Made in Italy”.

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