Sergio Marchionne: “la leadership è un privilegio e una vocazione nobile.”

26 July 2018

Nell’aprile del 2011 Sergio Marchionne è stato ospite di Bologna Business School per condividere il suo pensiero, attuale oggi come allora, sulle principali sfide affrontate dalla nostra società: l’Unione Europea, la competitività delle aziende italiane sul mercato globale, l’immigrazione e la leadership.


“Chiudere gli occhi o pensare che la soluzione sia sempre compito di qualcun altro, ci rende complici del problema,”
disse allora ai presenti all’incontro. Bologna Business School desidera ricordarlo proprio attraverso la grandezza delle sue stesse parole, riproponendo di seguito i punti principali del discorso rivolto alla Community di BBS e, in particolare, agli studenti, i futuri leader del paese.

 

Signore e Signori, Cari studenti, buongiorno a tutti.

Vorrei ringraziare in particolare il Dottor Nicastro per l’invito e il Professor Bergami per avermi dato l’opportunità di essere qui con voi. Il compito che mi è stato assegnato oggi è parlarvi della leadership. Ma ci sono almeno due premesse da fare.

La prima è il fatto che si tratta di una delle cose più difficili da affrontare, perché al di là dell’elenco sterminato di libri sul tema, la leadership non ha un’unica soluzione e non si può ridurre a una teoria manageriale. È qualcosa di molto più profondo, che si evidenzia da un insieme di caratteristiche e comportamenti che hanno le loro origini nella mente e nel cuore delle persone, nei loro valori. Per questo, le parole sono spesso insufficienti.

La seconda premessa riguarda il fatto che, se anche mi hanno messo in cattedra, io non sono un professore e non ho ricette accademiche dadarvi oggi. Faccio un altro mestiere, lontano dalle aule. Mi occupo di industria. Quello che posso fare con voi oggi è condividere le mie esperienze professionali fino all’ultima, quella da amministratore delegato della Fiat e più di recente anche della Chrysler, e quella che ho maturato come persona.

Tutti voi ricorderete che nel 2004 la Fiat era in una situazione disperata. Nessuno avrebbe scommesso un euro sul suo futuro. Ma c’erano delle ragioni precise per cui l’azienda si trovava a quel punto. Si trattava di un cocktail complesso di elementi che nel tempo si erano sommati l’uno all’altro, trasformando una delle aziende più dinamiche ed innovative – con più di cento anni di storia e tra i fondatori dell’industria dell’auto – in un gigante immobile e a corto di idee.

Il corpo manageriale era come congelato in una struttura gerarchica e verticale, dove le decisioni erano lente e il modo di gestire aggiungeva solo complessità ad un business già difficile. Quello che abbiamo fatto è stato smantellare la rigidità dell’organizzazione, creandone una piatta e veloce. Siamo intervenuti sulle maggiori aree, come l’Ingegneria, gli Acquisti, il Commerciale e il Manufacturing. Abbiamo creato collegamenti di funzione attraverso i settori per sfruttare tutte le sinergie possibili e rendere l’azienda più efficiente. Siamo tornati a mettere il cliente e il prodotto al centro della nostra strategia. Ma la cosa più importante è che alla base di tutte queste attività abbiamo posto un nuovo concetto di leadership, quale elemento chiave per la gestione delle persone e del cambiamento. Questo ha permesso di avviare un percorso di crescita straordinaria che fino al 2008, fino allo scoppio della grande crisi internazionale, ha portato la Fiat a sostenere i ritmi del mercato, a guadagnare quote e a macinare utili. Tanto che nel 2008 abbiamo raggiunto il più alto risultato operativo in 111 anni di storia della nostra azienda.

Quello che è stato realizzato allora lo si deve in primo luogo alla mentalità e alle capacità – tecniche e culturali – del gruppo di leader che guidava l’azienda. Persone coraggiose, con il gusto della sfida e la voglia di creare il proprio futuro. Individui che non subiscono il cambiamento, ma lo cercano e spesso lo stimolano. Uomini e donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità, di rispetto per gli altri. E che hanno una capacità straordinaria di far emergere il meglio dalle persone, aiutandole ad avere fiducia in sé stesse e a crescere, come uomini prima ancora che come professionisti.

Parlandovi di leadership, oggi, non vorrei darvi l’impressione di qualcosa di teorico e un po’ astratto. Riflettere sulla leadership, nel momento che stiamo vivendo, impone di andare oltre i confini aziendali e di adottare una visione più ampia. Uno degli elementi più importanti dell’essere leader, al mondo di oggi, è la coscienza di trovarsi in una fase di discontinuità storica. Dobbiamo essere consapevoli che l’epoca in cui viviamo ci colloca ad un bivio e rende le nostre scelte ancora più cariche di significato. Le variabili e i fattori in gioco sono troppi e troppo complessi per diventare l’oggetto di un calcolo esatto, che ci restituisca con precisione la cifra del nostro futuro. Ma quello che possiamo già sapere con la massima chiarezza è che questo futuro dipende dalla lungimiranza e dalla lucidità con cui tutti noi – il mondo industriale, il mondo economico e quello politico – prenderemo oggi le decisioni per il domani. È un discorso che vale a livello generale, per ogni settore e in ogni Paese. La crisi ha messo a nudo le nostre fragilità, ovunque.

Ho già avuto modo di dire che soffriamo di un grave handicap a causa della mancanza di competitività del sistema italiano. Siamo al 118° posto – su 139 Paesi – per quanto riguarda l’efficienza del mercato del lavoro. Siamo al 48° posto per grado di competitività, in coda a tutti i Paesi industrializzati, dietro anche a quelli minori. Questa situazione tiene gli investitori stranieri lontani dall’Italia, spinge le nostre aziende ad andarsene, erode la crescita dei salari, mette a rischio le prospettive di lavoro e il tenore di vita delle future generazioni. I commenti che ho fatto sulla realtà del Paese sono stati giudicati offensivi da qualcuno. Ci hanno accusati, me in particolare, di non voler bene all’Italia. Come se la capacità di reagire e di competere non fossero valori importanti da esporre e da proteggere. Come se l’onestà intellettuale, che è stata la base della ripresa della Fiat e di Chrysler, non fossero il punto di partenza per lo scatto d’orgoglio e di dignità di cui noi tutti abbiamo bisogno. So bene che c’è un’Italia tenace, che cerca di resistere e di crescere, nonostante tutto.

Il nostro è il Paese conosciuto per la creatività, la sua storia e la sua cultura. È visto come il Paese delle idee. Ma tutto ciò non basta. Dobbiamo essere conosciuti come il Paese del fare. Dalla situazione di oggi ne possiamo uscire ritornando a quella idea di origine, nata negli anni della costruzione dell’Italia. Un’idea che prende le mosse dalla fiducia nella nostra nazione e in una società capace di riscoprire i motivi della propria unità e di rialzarsi, invece che approfondire quelli della propria divisione e cadere. Questo è il senso profondo che dobbiamo ritrovare.

Noi tutti abbiamo la responsabilità di valorizzare le occasioni che questa epoca ci offre, abbiamo il dovere di impegnarci in ciò che sappiamo fare e di spenderci in prima persona per mettere queste capacità a disposizione del futuro. Oggi, più che mai, è importante adottare un’ottica di lungo periodo; è fondamentale che le forze migliori della società si uniscano e condividano grandi obiettivi.

Lotta per la libertà, per una vita dignitosa o anche solo per la sopravvivenza. L’ondata di immigrati dalla Tunisia non ha solo portato alla luce il dramma di migliaia di persone, ha di nuovo denunciato il vero dramma europeo: l’assenza di un’organizzazione sovranazionale compatta e a voce unica. Si tratta di un problema che riguarda l’Europa intera e che deve essere affrontato e risolto a livello comunitario. Le coste italiane sono prima di tutto frontiere europee. Noi europei siamo quelli che, tutti insieme, abbiamo scelto di raccogliere i benefici di un sistema aperto e senza vincoli. Noi siamo quelli che abbiamo spinto per l’abbattimento delle barriere, per creare un mercato unico, per promuovere la cooperazione tra gli Stati. Questo è lo spirito con cui abbiamo firmato il Trattato di Roma, 54 anni fa. Questo è l’impegno che tutti i fondatori della Comunità Europea hanno assunto. I valori e i principi su cui si reggono l’idea e il sogno dell’Europa unita non possono essere traditi, ma vanno protetti e rispettati. Ma l’emergenza di questi giorni non è solo una questione di territori e di accoglienza. Il punto è che siamo stati talmente chiusi e orientati verso noi stessi che non abbiamo visto – o non abbiamo voluto vedere – ciò che accadeva in Nord Africa.

Abbiamo accettato che il divario, economico e sociale, si facesse sempre più ampio; lo abbiamo ignorato fino a quando non è venuto a bussarci alla porta. Il mondo Occidentale ha il dovere di interrogarsi sul proprio ruolo. A volte mi chiedo se abbiamo modelli mentali così rigidi che – anche di fronte a chiari segnali di minaccia dal mercato – continuiamo a restare indifferenti nel nostro benessere e non proviamo disagio di fronte a chi non ha nulla. Mi chiedo se i nostri leader politici sarebbero stati in grado di creare una coalizione così vasta se la guerra in Afghanistan o in Iraq fosse stata una campagna contro la povertà e non contro il terrorismo.

Mi chiedo quanti soldati sarebbero disposti a partire per difendere non il proprio Paese, ma il futuro di chi non possiede nulla. Mi chiedo se una guerra contro la povertà porterebbe mai le più grandi reti televisive del mondo a garantire una copertura 24 ore su 24. O se avrebbe almeno la stessa audience del Grande Fratello. Non ho le risposte. Ho solo molte domande. Ma credo che il futuro non sia solo una responsabilità dei Governi. È una responsabilità personale, di ognuno di noi. È una sfida che ci chiama a raccolta tutti, con un impegno diretto, giorno dopo giorno. Chiudere gli occhi o pensare che la soluzione sia sempre compito di qualcun altro, ci rende complici del problema. Ne parlo oggi con voi perché chi ha la responsabilità di gestire un’azienda globale ha il dovere di allargare la propria mente e guardare al di là delle mura di un ufficio. Ne parlo con voi perché il vostro impegno va oltre un semplice dovere professionale. Se c’è un’essenza nella leadership, è proprio questa.

Assumere su di sé l’obbligo morale di fare, di partecipare al processo di costruzione del domani. Sentire la responsabilità personale di restituire alle prossime generazioni la speranza di un futuro migliore. È questo che rende la leadership un privilegio e una vocazione nobile. Prima di concludere vorrei condividere con voi un’ultima riflessione, che riguarda direttamente il modo in cui deciderete di percorrere la vostra strada. Molta parte della vita di tutti noi è scandita da momenti ben definiti. La formazione è uno di questi. Il diploma, la laurea, un master sono tutti traguardi importanti nella nostra storia personale. Quando li raggiungiamo abbiamo come l’impressione di uscire da una serie di regole e di schemi, e di essere finalmente liberi. Liberi di scegliere per noi stessi e di iniziare a costruire ciò che vogliamo. Ma sentirsi liberi ed esserlo realmente sono due cose molto diverse. La libertà di cui parlo è qualcosa che è dentro di voi. Dipende da quanto manterrete aperta la vostra mente: al nuovo, al diverso, alle infinite possibilità che si presenteranno, senza che le abbiate mai cercate o neppure immaginate. Se c’è un consiglio che posso darvi stasera, è quello di non permettere che le scelte che avete fatto a un certo punto della vostra vita – scelte sull’ambito di studio, sul settore di lavoro, sul percorso di carriera – chiudano fuori tutto il resto. C’è molto di più fuori dalla porta. Essere veramente liberi significa sapere che in ogni momento potete scegliere una nuova direzione, un nuovo obiettivo.

Non ci sarà nessuno a spingervi fuori dalla routine o dal senso di sicurezza associato all’abitudine. È un compito che toccherà a voi e a voi soltanto. Ma è anche l’unico modo che avete per maturare e prendere il volo. Io non posso che auguravi di trovare il coraggio di farlo, ogni giorno, di ascoltare il vostro cuore e di apprezzare quello che c’è di bello nel mondo. Auguro ad ognuno di voi di essere veramente libero, di alzarvi ogni mattina e, guardando a tutto ciò che vi circonda, dire “Mi piace!”.

Grazie a tutti.

07/04/2011 – Sergio Marchionne a Bologna Business School

 




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