Non esiste un pianeta B. La plastica, da inquinante a risorsa

17 April 2019

La plastica costituisce il terzo materiale prodotto dall’uomo più diffuso sulla Terra. Negli ultimi 50 anni, come riportato dal WWF, la sua produzione mondiale è aumentata dai 15 milioni del 1964 agli oltre 310 milioni attuali, dei quali solo il 9% viene riciclato. Così, ogni anno, almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani e, ad oggi, si stima che se ne siano accumulati sui fondali marini più di 150 milioni di tonnellate. Solo in Europa, finiscono in mare circa 700 chili di plastica al secondo e nei mari italiani, un chilometro quadrato ne contiene in superficie fino a 10 chilogrammi. Decenni, in alcuni casi secoli interi trascorsi in mare, con un impatto senza precedenti sull’ecosistema.

L’inquinamento da materiali plastici presenta tre problematiche distinte ma strettamente correlate: la sovrapproduzione di imballaggi monouso, la bassa percentuale di riciclo e la dispersione nell’ambiente dei rifiuti plastici. Ben il 50% della plastica prodotta vive meno di 12 mesi, mentre il 20% di essa viene disperso nell’ambiente e il 40% finisce nelle discariche. La vita media del trilione di sacchetti prodotti ogni anno è inferiore ai 30 minuti e la produzione di plastica consuma ben il 14% delle risorse petrolifere del pianeta. Allo stesso tempo, una bottiglia di plastica impiega circa 450 anni per degradarsi, un bicchiere 50 e un sacchetto tra i 10 e i 20. Ossidando, la plastica si trasforma in CO2 contribuendo così al riscaldamento globale, mentre le microplastiche entrano nella catena alimentare marina e, di conseguenza, in quella dell’uomo.

La soluzione al problema non va sicuramente ricercata in un ritorno ai materiali tradizionali, poiché la sostituzione di tutta la plastica utilizzata oggi porterebbe ad un impatto ambientale addirittura superiore. Basti pensare, ad esempio, al contributo della plastica nell’alleggerire il peso degli aerei o del trasporto su strada, consentendo così minore consumo di carburante. “La demonizzazione della plastica è un atteggiamento insensato, non possiamo farne a meno. Ciò che possiamo fare è cambiare i nostri comportamenti e il modo in cui la produciamo, per tenerla in uso e riciclarla il più possibile,” ha raccontato alla Community di BBS Stefano Venier, Amministratore Delegato di Hera Group, durante l’Innovation Talk che l’ha visto protagonista. Mentre l’acciaio, il vetro, e il 94% della carta possono essere perfettamente rigenerati, la plastica si degrada e perde le sue proprietà ad ogni ciclo. “L’obiettivo è quello di studiare, attraverso l’innovazione, processi chimici che possano ricostruire i building blocks iniziali e rendere di nuovo utilizzabile il materiale,” ha spiegato ancora l’Amministratore Delegato di Hera.

Ed è proprio dall’innovazione tecnologica, tramite l’operato di startup ed imprese green che scommettono sulla sostenibilità, che arrivano le alternative più interessanti ai polimeri chimici, assieme a soluzioni efficaci per ripulire il nostro patrimonio marino. Eccellenza italiana del settore è la startup Felfil, che propone un metodo di riciclo casalingo della plastica dal quale ottenere filamenti per la stampa 3d. È italiana anche la startup Sea Defence, nata dall’impegno di due ingegneri, Fabio Dalmonte e Mauro Nardocci, che con un sistema di barriere galleggianti in acciaio e plastica riciclata intercetta i rifiuti nei corsi d’acqua prima che si disperdano in mare. L’Università di Bologna è in prima linea su numerosi progetti che mirano a sviluppare materiali plastici innovativi di origine organica e completamente biodegradabili. Uno di questi è B-Plas Demo, finanziato dall’Unione Europea su fondi Climate KIC, ha l’obiettivo di realizzare un impianto su scala industriale per la produzione di bioplastica partendo da rifiuti organici industriali (fanghi e acque reflue) e cittadini (Forsu). Nasce invece dall’idea di Boyan Slat, un inventore Olandese di soli 18 anni, l’organizzazione non-profit The Ocean Cleanup, che sfrutta le correnti marine per ripulire i fondali e impiega quotidianamente più di 80 tra ingegneri, ricercatori, scienziati e modellisti computazionali.

Anche l’esploratore ed attivista Alex Bellini, che quest’anno ha incontrato gli studenti del Global MBA di BBS a Villa Guastavillani, ha ribadito la necessità di intervenire al più presto, poiché “non esiste un pianeta B”. Per promuovere un nuovo senso di rispetto per il nostro pianeta, Bellini ha intrapreso il progetto “10 Rivers 1 Ocean”, nel quale navigherà in solitario i 10 fiumi più inquinati al mondo che contribuiscono in larga parte alla creazione del Great Pacific Garbage Patch, un non continente fatto di plastica, che si estende per un milione e mezzo di km quadrati. “La velocità con cui immettiamo plastica negli oceani farà sì che entro il 2050 essa peserà più di tutti gli animali che li popolano,” ha affermato ancora Bellini. La contaminazione dell’oceano ci riguarda più da vicino di quanto pensiamo, poiché solo nell’oceano Pacifico settentrionale più del 9% del pescato, presenta piccoli pezzi di plastica nello stomaco. Qui i pesci, infatti, ingeriscono tra le 12.000 e le 24.000 tonnellate di plastica.

In questo scenario il tema della sostenibilità e dell’innovazione green si fa sempre più strada nella consapevolezza dell’opinione pubblica, con le recenti mobilitazioni degli studenti ispirati da Greta Thunberg, e nell’operato delle istituzioni, con al centro gli interventi effettuati dai governi e dalle organizzazioni non-profit (è di pochi giorni fa la direttiva EU che mette al bando le plastiche monouso entro il 1 gennaio 2021).

Imprescindibile è anche l’apporto del settore privato, dove sempre più manager e imprenditori riconoscono l’urgenza di un intervento per la salvaguardia dell’ambiente, orientando le loro attività verso nuovi modelli di business. “Il cambiamento dello scenario normativo, la crescente – imprescindibile – sensibilità da parte dei consumatori verso caratteristiche green di prodotti e servizi e l’attenzione verso il depauperamento delle risorse naturali, spinge sempre più imprenditori ad avvicinarsi ai temi della sostenibilità e a fare propri i principi dell’economia circolare al fine di creare un valore condiviso”, afferma Matteo Mura, Direttore scientifico del Global MBA Green Energy and Sustainable Businesses di Bologna Business School.

Un tema, questo, che va affrontato con una rinnovata visione del futuro e con le competenze manageriali necessarie per intercettare e sfruttare al meglio l’innovazione nell’ambito della sostenibilità. Il Global MBA in Green Energy and Sustainable Businesses di BBS si rivolge perciò a giovani manager che intravedono nelle sfide imposte dai cambiamenti climatici il principio su cui costruire il futuro delle imprese. In particolare, le opportunità rese possibili dalle nuove tecnologie e dalla digitalizzazione, rappresentano oggi le principali leve che possono e devono essere sapientemente implementate nelle aziende da manager qualificati, per trasformare la sfida della sostenibilità in un progetto.




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