Dialogo con Massimo Monti, a. d. Alce Nero

3 September 2015

Un marchio che ha saputo coniugare la sfida dell’agricoltura biologica con ottimi risultati in termini di fatturato. Della storia di Alce Nero e dei fattori che ne hanno determinato il successo, abbiamo parlato con l’amministratore delegato Massimo Monti, che ha incontrato gli studenti del Master in Gestione d’Impresa.

Come è nata Alce Nero?

La storia di Alce Nero, intesa come iniziativa agricola e sociale, incominciò nei primi anni ‘70. La storia di Alce Nero Azienda – come è oggi – comincia a fine 1999. In quell’anno il marchio Alce Nero fatturava 3 milioni di euro, nel 2015 toccheremo i 50 milioni come marca, i 60 milioni come azienda. In questi anni la nostra proposta si è arricchita di nuove merceologie e di nuovi prodotti, abbiamo coinvolto nel nostro gruppo molti nuovi produttori e moltissimi nuovi agricoltori, sia la notorietà sia l’apprezzamento della nostra marca sono cresciuti moltissimo, in particolare negli ultimi due anni. Anche l’intero comparto del biologico nel frattempo è cresciuto considerevolmente, e questo è uno dei motivi delle nostre buone prestazioni. Tuttavia noi siamo cresciuti a velocità più che doppia rispetto al mercato. Siamo soddisfatti, e nello stesso tempo abbiamo ben presente che ancora c’è molto da fare.

Da parte dei consumatori c’è oggi sempre più l’esigenza di conoscere le caratteristiche e la provenienza dei prodotti. Voi usate sui vostri prodotti le cosiddette “etichette narranti”. Può spiegarci in cosa consistono?

Si, è vero. E questo è un’ulteriore spiegazione dei nostri buoni risultati. Qualche cosa sta cambiando nel rapporto tra il cibo e chi lo utilizza. Dopo troppi decenni in cui il rapporto tra agricoltore/produttore e fruitore del cibo (rapporto centrale e costante per migliaia di anni) nella sostanza è stato troncato e sostituito, troppo spesso, dalle favole studiate nelle scrivanie degli uffici marketing, finalmente molte persone vogliono conoscere. Interessa chi ha fatto quel cibo, da dove viene la materia prima, come è stata coltivata, chi l’ha coltivata, con quali tecniche, con quali sementi e con quali varietà, quale processo è stato utilizzato, dove e chi ha processato. L’obiettivo dell’etichetta narrante, che non è una nostra invenzione, ma un’idea che parte da Slow Food, è esattamente questo: riallacciare, ricostituire un rapporto forte e trasparente tra chi produce cibo e chi lo utilizza, in modo immediato e facilmente comprensibile, direttamente sull’imballo del prodotto.

Alce Nero è il marchio di oltre mille agricoltori e apicoltori. Qual è il valore aggiunto di questo tipo di organizzazione?

In parte vale la risposta alla domanda precedente: ti permette, in modo naturale, innato, di soddisfare le nuove esigenze di trasparenza, di conoscenza, di consapevolezza, di un numero sempre crescenti di fruitori. Poi, dal punto di vista più operativo e produttivo, in una situazione in cui la domanda di materie prime sta diventando, strutturalmente, superiore all’offerta, un legame solido, duraturo, basato sulla partecipazione diretta dell’agricoltore e sulla reciprocità nella distribuzione del valore creato, ti consente di avere una posizione privilegiata rispetto all’approvvigionamento delle materie prime, in particolare di quelle migliori.

Come si fa a garantire la qualità biologica in una produzione in grandi quantità?

La quantità prodotta, date per assodate le rese più basse dell’agricoltura biologica, è sempre e comunque funzione delle superficie agricole utilizzate. Garantire quantità crescenti di biologico significa quindi convertire terra dalla chimica al bio; oppure far ritornare produttive terre sostanzialmente abbandonate (cosa particolarmente adatta alle produzioni biologiche quando si tratta di territori collinari o comunque pedemontani). C’è molto da fare, molta potenzialità – di progresso economico, sociale, ambientale – soprattutto in un paese come l’Italia, in cui una produzione indistinta non potrà mai essere competitiva in termini di prezzo.

Come siete riusciti a entrare nel circuito della grande distribuzione?

Una delle ragioni per cui la nostra azienda è nata – appunto attraverso il raggruppamento di aziende già esistenti – è stata proprio quella di mettersi assieme per avere maggiore efficienza e forza commerciale, logistica e produttiva. Lavorare con la GDO necessità di questa efficienza. La distribuzione moderna è sempre stata centrale nelle nostre politiche commerciali per il semplice fatto che la maggior parte degli utilizzatori finali dei nostri prodotti fa la spesa in struttura della grande distribuzione, e sono sempre e comunque loro il nostro obiettivo.

Quali sono i vostri piani di sviluppo sui mercati esteri?

Il 20% del nostro fatturato è già sviluppato all’estero, soprattutto in Asia. Il nostro mercato non può permettersi – per uno sviluppo importante e solido – di essere esclusivamente nazionale, per cui investiamo ed investiremo per fare di Alce Nero una marca sempre più internazionale. I nostri obiettivi quindi, per il futuro, posso essere riassunti in: nuovi mercati, nuovi prodotti e sempre più terre convertite al bio.

Che consiglio darebbe a uno studente che vorrebbe entrare a operare in questo settore?

Di guardare avanti, non dando troppa importanza, almeno all’inizio, a status, soldi e possibilità di carriera. Di aver presente, e di dar valore, al fatto che comunque fare qualche cosa che un po’ migliora il mondo può dare soddisfazioni non scontate e non secondarie. Di non scartare, intravvedendone la possibilità, di fare agricoltura in prima persona. Naturalmente biologica.


 

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