Dialoghi. Ernesto Sirolli

7 November 2017

Ernesto Sirolli, presidente del Sirolli Institute for Enterprise Facilitation e ospite di Bologna Business School nell’edizione autunnale degli Innovation Talks 2017, ha condiviso con noi l’esperienza di una vita e una carriera a servizio della passione degli imprenditori di tutto il mondo.


Il concetto chiave che emerge dal suo libro, Ripples from the Zambesi, e dai suoi interventi pubblici, è quello di aiutare solo chi richiede espressamente il nostro aiuto. 

Perché secondo lei è sbagliato fare il contrario, ossia cercare di accendere la motivazione e la passione di persone che magari hanno delle potenzialità ma non ne sono consapevoli fino al punto da desiderare loro stesse il cambiamento? 

 

È sbagliato semplicemente perché non funziona. Se funzionasse, allora non ci sarebbero problemi. Per me fu una crisi intellettuale, ma anche personale e spirituale, ritrovarmi dopo 7 anni in Africa e realizzare che nessun progetto di aiuto aveva funzionato.

I problemi erano ben altri rispetto a quelli che noi avevamo identificato da Roma. Arrivare in un paese non invitati e con l’idea di avere la soluzione ai loro problemi senza nemmeno sapere quali fossero, era di un’arroganza pazzesca. Dopo aver visto non solo i nostri fallimenti ma aver constatato i fallimenti di tantissime altre nazioni, mi sono veramente interessato a trovare delle alternative. La mia idea, molto semplice, fu quella di dire: che cosa succederebbe se per una volta, invece di arrivare offrendo le nostre idee, ascoltassimo le persone locali per capire quali sono le loro vere necessità? Quello fu il momento di passaggio. Da quel giorno non ho mai più guardato indietro e la mia vita è stata completamente trasformata dalla scoperta che non esiste una geografia dell’intelligenza e della passione.

Per scoprire l’intelligenza e la passione locali devi avere rispetto e saper ascoltare, cosa che a noi occidentali non riesce naturale. Quando lasciamo l’università, da giovani laureati, pensiamo di sapere come aiutare il mondo. È una delusione pazzesca quando ci rendiamo conto che in realtà non possiamo aiutare le persone che non rispettiamo.

 

Indubbiamente, le sue affermazioni sui danni provocati dagli ‘aiuti’ arbitrariamente decisi ed erogati alle popolazioni africane colpiscono molto noi occidentali, nati e cresciuti nel mito delle raccolte fondi e delle missioni umanitarie nei paesi del terzo mondo. 

Ci può raccontare, per meglio comprendere, gli esempi che secondo lei meglio raccontano i risvolti negativi di questi interventi?

 

Di esempi ce ne sono tantissimi. Alcuni ragazzi dell’Università di Toronto hanno creato un sito che si chiama Fail Forward, dove intervistano coloro che hanno realizzato operazioni umanitarie all’estero e si fanno raccontare i loro fallimenti. Io li ho provati personalmente, è la storia più divertente è quella degli ippopotami che racconto anche durante il mio Ted Talk.

Ci sono degli esempi allucinanti e impossibili da prevedere. Una ONG ha creato una serie di pozzi per portare l’acqua dentro le case di cinque villaggi africani. Due anni dopo si sono accorti che non c’erano più matrimoni. Le donne di quei villaggi prima andavano al pozzo e combinavano i matrimoni, ora che l’acqua era in casa non avevano più nessun motivo per uscire dal proprio villaggio. Siccome non esiste nessun altro luogo per le donne per incontrarsi, è stato distrutto l’unico spazio in cui erano libere di interagire tra di loro. Come si fa a prevedere una cosa del genere?

Occuparsi di sviluppo economico in Africa è un po’ come far fare retromarcia a un camion a tre rimorchi. Una piccola deviazione all’inizio provoca un cambio di direzione alla fine talmente drammatico che non ce la fai ad arretrare. Il problema degli interventi in Africa non è mai legato a ciò che noi pensavamo di fare ma alle conseguenze che questo cambiamento minuscolo che apportiamo provoca, sia a livello economico che sociale. È sintomo di una nostra grandissima ignoranza pensare di aver identificato un problema che possiamo risolvere. Risolvendo quel problema ne creiamo altri dieci.

Il caso più eclatante, e che lascia senza fiato, è quello dei Millennium Villages che il guru dello sviluppo economico Jeffrey Sachs aveva creato in Africa. Non si può affrontare lo sviluppo economico occupandosi solo di una componente alla volta, ad esempio educando i bambini, se questi poi non hanno una casa nella quale ritornare, acqua potabile, igiene, ecc. Sachs ha perciò creato questi villaggi dove si interviene su tutto allo stesso tempo: educazione, case, acqua potabile, igiene, sanità, corsi tecnici, e si creano posti di lavoro. I costi per creare questo sviluppo olistico, coperti dalla Gates Foundation, erano di circa 35.000 dollari americani a persona. Quando chiedo agli esperti perché i progetti sono tutti falliti già mentre i soldi arrivavano, nessuno sa rispondere. I progetti sono falliti perché tutti i vicini dei villaggi limitrofi si sono trasferiti nel villaggio del progetto. I super esperti internazionali non hanno previsto che non è possibile intervenire e salvare un villaggio solo, perché tutti i vicini verranno a vivere li. Quel villaggio è passato da 10.000 persone a 100.000 persone, tutte povere di nuovo.

Consiglio a tutti di leggere Aiuto Morto (Dead Aid) di Dambisa Moyo, professoressa di economia con un PhD ad Harward. È un libro importantissimo perché scritto dalla prospettiva di una donna africana. L’intervento paracadutato dall’alto, in Africa, semplicemente non funziona. Dobbiamo trovare dei metodi diversi.

 

Lei è il fondatore e Presidente del Sirolli Insitute for Enterprise Facilitation, ente che mette a disposizione della passione, dell’intelligenza e dell’immaginazione delle persone e delle comunità una figura professionale particolare, i Facilitatori d’impresa. 

Qual è la caratteristica principale che contraddistingue un facilitatore rispetto ad un consulente tradizionale? Quali sono le competenze che più spesso mancano alle aziende e agli imprenditori che vi trovate ad aiutare e per quanto tempo un facilitatore rimane a fianco dei propri assistiti?

 

La differenza principale tra un facilitatore d’impresa e un consulente è che il facilitatore non è pagato dal cliente. È difficilissimo dire ad un cliente che sta sbagliando quando è lui che ti paga. Io vedo all’orizzonte una crisi terribile per il settore della consulenza. I consulenti e le grandi agenzie di consulenza purtroppo, invece di dire la verità al CEO che li ha chiamati, fanno qualsiasi cosa il CEO abbia identificato. Quindi se il CEO chiama una grande agenzia di consulenza dicendo che hanno un problema di tecnologia, il consulente mette 10-20 persone a lavorare su questo. Il problema potrebbe essere il CEO, ma chi glielo dice?

I nostri facilitatori non sono mai pagati dal cliente, ma dalle ditte o dalle organizzazioni che hanno come interesse lo sviluppo dell’economia locale. Il bravo facilitatore ascolta per 20 minuti e crea un rapporto con la persona dicendo: io sono interessato al tuo successo e ti aiuterò a diventare bravissimo nella tua organizzazione aziendale; non mi devi convincere, devi solo dirmi la verità e in quale area di business hai bisogno di aiuto, io ti aiuterò a trovare il team.

Non esiste una scuola di consulenza, mentre i miei facilitatori d’impresa sono addestrati allo stesso modo da 35 anni. Ho scoperto durante la mia carriera tantissimi autodidatti nella carriera di counselor, che vanno da pessimi a straordinari. Io voglio creare una professione che magari non sforna dei singoli geni ma che da dei risultati incredibili. Abbiamo scoperto che se questa figura viene messa a disposizione di tutti i clienti di una comunità, di tutti quelli che sono motivati, che vogliono mettere su un’attività economica, questa persona diventa un toccasana per coloro che hanno talento ma non hanno mai messo su un business oppure l’hanno fatto ma non ha avuto successo.

Spero che un giorno i facilitatori d’impresa saranno comuni come gli infermieri, professione che non esisteva 200 anni fa. Noi vogliamo dimostrare che dei professionisti giovani, mediamente capaci, possono imparare un mestiere che trasforma le opportunità per gli imprenditori locali.

Il facilitatore è sempre impiegato dalla comunità ed è sempre qualcuno che vive li. I nostri facilitatori del Congo, ad esempio, sono congolesi e sono stati addestrati da noi, però vivono nella comunità, vanno in giro con i propri mezzi, parlano tutti i dialetti locali. È un grandissimo cambiamento rispetto all’idea dell’esperto bianco che ti viene a salvare. Noi andiamo in questi paesini sperduti nel mondo solo se invitati dalla gente del posto. Lì formiamo un piccolo comitato che ci aiuta a reclutare i facilitatori e poi addestriamo un network di 30-40 persone che supporta il facilitatore nel lavoro con i clienti.

Il facilitatore viene sempre pagato da terze parti. Potrebbe trattarsi di una società mineraria odiata dalla comunità perché vista come l’invasore che viene a depauperare il territorio e che dopo 20 anni se ne va, lasciandosi dietro la desolazione. Noi spieghiamo a queste società che se vogliono essere gli eroi della comunità locare, devono aiutare le persone a fare benissimo quello che amano fare. Loro mettono lo stipendio del facilitatore, e lui poi aiuta per 20 anni le popolazioni locali. Così, il giorno in cui va via la società mineraria, si lascia dietro 200-300 imprese, non legate all’industria mineraria e trasferibili. Abbiamo fondazioni, governi, industrie private, tutte interessate ad aiutare lo sviluppo economico locale.

Abbiamo visto delle trasformazioni incredibili in pochi mesi. Se invece di dare soldi ai locali e comprare licenze per poter operare, ti impegni veramente a livello comunitario, il cambio di attitudine dei locali è quasi immediato.

 

I risultati raggiunti dal suo lavoro e dall’operato del Sirolli Institute sono stupefacenti. Un’opinione, forse superficiale e dettata da preconcetti, che però può emerge, è quella per cui i vostri metodi di lavoro possano trovare un ottimo riscontro nei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo, mentre si applicano meno bene alle realtà occidentali. Qual è la sua opinione a proposito?

 

Lo pensavo anch’io, ma non è così. La cosa più stravolgente che mi è successa è che 4 anni fa sono stato invitato a dare un Ted Talk in un paesino dall’altra parte del mondo, a Christchurch in Nuova Zelanda. Sono stato convinto da mia moglie, anche se ero scettico. Statisticamente le persone che guardano il video sono in media 400. Ho pensato che potevo dire quello che volevo, perché tanto nessuno, o quasi, l’avrebbe guardato. Avevo 30 anni di rabbia da esprimere, ho detto delle cose molto dure su noi bianchi imperialisti e colonialisti, incapaci di ascoltare. Ho raccontato anche come noi aiutiamo gli imprenditori e qualche aneddoto divertente. Quello che è stato stravolgente sono stati i migliaia di Millennials che si sono messi in contatto con me da tutto il mondo e i 25 inviti dalle Università più importanti del mondo, da Stanford a Berkeley, e oggi qui a Bologna Business School.

Questa è stata per me una cosa incredibile. Prima non mi rendevo conto del livello di disperazione che c’è tra tantissimi giovani educati, i quali si laureano e poi cercano di impegnarsi in un mondo dove si trovano perduti perché c’è una differenza abissale tra la teoria del mondo degli affari che hanno studiato, e l’imprenditoria. Mi sono reso conto che quello che pensavo essere una mia esperienza nell’agevolare i rapporti e l’International Aid, in realtà interessa a tantissimi studenti del primo mondo, che mi dicono: io ho questa passione, i miei genitori non mi capiscono e non sanno perché voglio lasciare questo corso di studi; ho una visione di chi dovrei essere, però vivo in una società che si aspetta da me che io mi inserisca come un tassello, una rotellina in un meccanismo che non amo.

Mi sto rendendo conto che il nostro messaggio, imparato nei paesi in via di sviluppo, è assolutamente valido anche da noi.

 

C’è un momento nella sua carriera che ricorda con maggiore piacere? Un episodio che l’ha emozionata e che vuole condividere con noi?


Il momento professionale più bello della mia vita fu quando aiutai cinque giovani pescatori australiani. Erano soli, tutti in bancarotta e non lavoravano insieme. Mi vennero a parlare uno a uno e quando ho scoperto che avevano tutti lo stesso problema con lo stesso prodotto, gli consigliai di lavorare insieme e di trovarsi un commerciale. Feci mettere su una piccola struttura e la persona che gli faceva da commerciale porto il loro prodotto, il tonno, in Giappone per venderlo al mercato del pesce di Tokyo. Ricordo ancora il momento in cui abbiamo ricevuto il messaggio che la ditta più grande al mondo di distribuzione di pesce giapponese voleva rappresentarli. Fu una cosa straordinaria perché con una spesa di soli 1000 dollari avevamo fatto una ricerca di mercato che nessuna delle ditte australiane aveva mai fatto fino ad allora, trasformando la vita di questi pescatori. Prima vendevano il tonno a 60 centesimi al kg e in un anno sono arrivati a venderlo a 15 dollari al kg.

È stata una trasformazione talmente straordinaria che incoraggiò l’intero villaggio a venire a parlarmi. Fu l’inizio di una carriera dalla quale non mi sono più staccato. Ho visto cosa succede quando unisci la passione di quelli che producono con un commerciale che ama bussare alle porte e vendere e la passione di un ottimo commercialista che tiene le redini finanziarie di una società. Era nel 1986. Allora il Governo Australiano mi chiese se potevo insegnare ad altre persone a fare la stessa cosa. Questo percorso mi ha portato a creare 55.000 ditte in tutto il mondo senza però mai dare soldi ai clienti. La cosa di cui sono più orgoglioso è che i facilitatori sono persone locali, spesso molto giovani, che portano una metodologia di base al cliente appassionato ma solo. Quello che diciamo sempre noi del Sirolli Institute è che la morte dell’imprenditore è la solitudine. Se sei solo non ce la farai mai.




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